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IL SUBSTRATO SEMITICO DEI VANGELI: LA TEORIA DI CARMIGNACAdriano Stagnaro - rev.01 - 25 maggio 2011
I quattro Vangeli canonici sono pervenuti sino a noi scritti in greco. Non si tratta del greco letterario classico, l'accadico, e neppure del greco tradizionale utilizzato per tradurre l'Antico Testamento nella versione dei LXX, quanto piuttosto del greco colloquiale, chiamato "koinè", utilizzato normalmente come lingua franca internazionale nelle regioni orientali dell'impero romano, eredità dell'antica dominazione di Alessandro Magno. Sulla base di studi lessicali approfonditi, alcuni studiosi, tra i quali Jean Carmignac, hanno ipotizzato che il testo greco dei Vangeli altro non sia che la traduzione letterale di documenti scritti originariamente in una lingua semitica, probabilmente ebraico o aramaico. Questa ipotesi è stata fortemente osteggiata dagli ambienti accademici più conservatori. Cosa comporterebbe, se accettata? Comporterebbe l'immediata retrodatazione dei Vangeli, in particolare di quelli sinottici, a prima del 70 d.C., data della distruzione di Gerusalemme. Attualmente la maggior parte degli studiosi ritiene che i Vangeli sinottici siano posteriori a questo evento poiché contengono la profezia, pronunciata da Gesù, relativa alla distruzione del Tempio e della Città santa. I critici razionalisti, negando a priori tutto ciò che odora di soprannaturale, ritengono che la profezia sia stata costruita a tavolino dagli evangelisti dopo che i fatti si erano già verificati, in modo tale da conferire autorevolezza alle parole del Cristo. Conseguentemente sono costretti a posticipare la redazione dei documenti evangelici alle vicende della guerra giudaica. Altri autori hanno fatto notare che l'ipotesi di una profezia post-eventum si scontra contro alcune obiettive difficoltà: 1. Se gli evangelisti si fossero inventati la profezia per dare gloria alla figura di Gesù Cristo, non avrebbero mancato di enfatizzare che quanto (falsamente) profetizzato si era già pienamente realizzato. Nessuno di essi fa invece riferimento alla distruzione di Gerusalemme come un fatto già avvenuto. Anzi, nel Vangelo di Giovanni compaiono più riferimenti a monumenti presenti nella città, descritti come se essi fossero ancora esistenti nel momento in cui l'autore scrive. 2. Nei Vangeli, la profezia della distruzione di Gerusalemme e del Tempio è strettamente intrecciata con quella della fine dei tempi, per cui i segni che accompagnano il ritorno escatologico del Cristo sono presentati come immediatamente successivi alla fine della città. È possibile che gli evangelisti ritenessero la distruzione della città santa e la fine del mondo due eventi tra loro connessi e cronologicamente consecutivi. Avendo scritto dopo la fine della guerra giudaica, constatato che l'era messianica non era sopraggiunta, probabilmente avrebbero distinto con maggior chiarezza i due blocchi di eventi nella narrazione evangelica. La distruzione di Gerusalemme e la diaspora degli ebrei che ne seguì furono un durissimo colpo per la cultura ebraica, la quale praticamente sparì, sopraffatta da quella dei conquistatori romani. Se il testo originale in cui furono scritti i Vangeli è l'ebraico o l' aramaico, questo significa che tali documenti furono redatti in un'epoca in cui tali lingue erano ancora ampiamente utilizzate dal popolo e non lingue morte conosciute da pochi esperti. Quindi una redazione originalmente semitica dei Vangeli conduce inevitabilmente a retrodatare gli stessi a prima del conflitto romano-giudaico e in particolare a prima della data del 70 d.C., in cui il destino di Gerusalemme fu segnato. Esistono prove esterne le quali attestano che almeno alcuni dei Vangeli canonici furono scritti originariamente in una lingua semita, diversa dal greco. Queste prove sono contenute nei testi dei padri della Chiesa, che vissero tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo. Esaminiamo quanto affermano i documenti originali. Eusebio di Cesarea (265-340 d.C. circa) nella sua Storia Ecclesiastica, opera scritta tra il 315 e il 320 d.C., pervenutaci in greco, riporta una citazione di Origene (185-250 d.C. circa) tratta dal “Commentario a Matteo”: “Il primo a scrivere fu Matteo che era un esattore delle imposte e più tardi divenne un apostolo di Gesù Cristo; egli pubblicò il Vangelo in ebraico per i fedeli ebrei. Il secondo fu Marco che scrisse seguendo le direttivo di Pietro che lo riconobbe come figlio nelle sua lettera: vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio . Il terzo fu Luca che scrisse il Vangelo predicato da Paolo per i gentili. Dopo tutti venne Giovanni.” (Origene in Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, 6.25.3-6 ) L'autore della Vulgata latina, San Girolamo, vissuto tra il 340 e il 420 d.C., conferma che, intorno al 392 d.C., un esemplare del Vangelo ebraico di Matteo veniva ancora conservato presso Cesarea (Girolamo, De viribus illustribus, capitolo 3). Eusebio, nella sua Storia Ecclesiastica, riporta le seguenti frasi attribuite al vescovo di Gerapoli, Papia, vissuto tra il 70 e il 150 d.C., tratte dall'opera perduta "Esegesi degli oracoli del Signore": “Appena mi si presentava l’occasione di incontrare uno che avesse conosciuto i presbiteri, io chiedevo loro ciò che avevano detto questi presbiteri, ciò che avevano detto Andrea, Pietro, Filippo, Tommaso, Giacomo, Giovanni, Matteo, qualche altro discepolo del Signore e ciò che dicono Aristione o Giovanni. Io non credevo che quanto contengono i libri mi potesse rendere più grande servizio della voce viva e sussistente […] E diceva quel presbitero: Marco, interprete di Pietro, scrisse con cura, ma senza ordine, tutto ciò che egli [Pietro] ricordava delle cose dette o fatte dal Signore. Perché egli [Marco] non aveva mai ascoltato o accompagnato il Signore ma più tardi, come ho detto, accompagnò Pietro. Questi riportava i suoi insegnamenti secondo l’occorrenza ma senza fare una composizione dei detti del Signore. Marco non commise errore nello scrivere come si ricordava; egli non aveva che un solo scopo: non tralasciare nulla di quello che aveva inteso e non commettere errore in quello che riportava.” (Papia di Gerapoli in Eusebio, Storia Ecclesiastica, 3.39.4 e 3.39.15 ) L' espressione "interprete di Pietro", riferita a Marco da Papia, utilizza un termine greco che significa esattamente interprete o traduttore, piuttosto che riferirsi ad un lavoro di composizione o di commentario/spiegazione di un testo. In questo caso sembrerebbe quindi che Papia ritenesse che Marco traduceva in greco e metteva per iscritto ciò che Pietro predicava oralmente in aramaico. L'esistenza di un Vangelo secondo Matteo scritto in ebraico trova conferma anche in un altro brano di Papia di Gerapoli: “Matteo mise per iscritto i loghia del Signore nella lingua ebraica, che poi ciascuno interpretò come potette.” (Papia di Gerapoli in Eusebio, Storia Ecclesiastica, 3.39.16) L'enigmatica frase "che poi ciascuno interpretò come potette" lascia intendere che vi furono numerosi tentativi di tradurre o spiegare questi detti di Gesù, non sempre conformi con il contenuto dell'originale. Verrebbe quindi confermata l'introduzione del Vangelo di Luca in cui Luca ammette l'esistenza di molti Vangeli, nel momento in cui si accinge a scrivere il proprio. Ireneo di Lione (140-200 d.C.), in Adversus Haereses, III, 1.1, riporta: “Matteo pubblicò un Vangelo scritto presso gli Ebrei nella loro lingua mentre Pietro e Paolo predicavano il Vangelo a Roma e fondavano la Chiesa. Dopo la loro dipartita Marco, il discepolo ed interprete di Pietro, ci tramandò per iscritto quello che era stato predicato da Pietro. Anche Luca, il compagno di Paolo, registrò in un libro quello da lui predicato [da Paolo]. Successivamente Giovanni, il discepolo del Signore che si era piegato sul suo petto, pubblicò un Vangelo mentre risiedeva ad Efeso in Asia.” (Ireneo di Lione in Eusebio, Storia Ecclesiastica, 5.8.2-4)
Anche Ireneo utilizza per Marco la definizione di "interprete" di Pietro e conferma l'esistenza di un Vangelo secondo Matteo scritto in ebraico. Tuttavia il brano di Ireneo suscita dubbi inerenti alla datazione sia del Vangelo di Matteo, sia di quello di Marco, in quanto il primo sarebbe stato scritto durante una predicazione congiunta a Roma di Pietro e Paolo (o quantomeno in un periodo in cui entrambi erano presenti nella capitale dell'Impero) e il secondo dopo la dipartita di entrambi, termine che potrebbe significare sia la loro partenza verso altre destinazioni, sia la loro morte per martirio. Esiste una lettera attribuita a Clemente di Alessandria (150-215 d.C.), ritrovata e pubblicata negli anni 70 (confronta Morton Smith: Clement of Alexandria and a secret gospel of Mark, Harvard University Press) in cui si racconta dell'esistenza di "note di Pietro" che sarebbero state usate da Marco per la stesura di un suo Vangelo. Sull'autenticità della lettera i pareri sono discordi; Carmignac la ritiene probabilmente autentica (confronta J. Carmignac: La naissance des évangiles synoptiques, Paris, de Guibert (O.E.I.L.), 1984; pagine 65-66). Personalmente mi sembra che la lettera contenga alcune influenze gnostiche che non sono da sottovalutare, con il rischio che essa non sia altro un falso realizzato nel tentativo di attribuire a Marco un testo eretico formatosi probabilmente presso qualche comunità alessandrina separatasi dalle chiese di discendenza apostolica. Sta
di fatto che dal testo non si comprende che relazione vi sia tra l'attuale
Vangelo secondo Marco ed il testo alessandrino (sono lo stesso documento o il
secondo è andato perduto?) “Quanto a Marco, durante il soggiorno di Pietro a Roma, mise per iscritto gli atti del Signore senza tuttavia riportarli tutti e senza svelare i simbolismi (gr.: “mustikas”) ma scegliendo solo quelli che giudicava più utili per rafforzare la fede dei catecumeni. Dopo il martirio di Pietro, Marco venne ad Alessandria portando con sé le sue note (o memorie: gr.: “hupomnêmata”) e quelle di Pietro, dove trascrisse nel suo primo libro quello che poteva favorire la fede dei proseliti. Egli compose un Vangelo più spirituale, per l’uso della gente in perfezionamento. Inoltre non divulgò i fatti indicibili mise per iscritto l’insegnamento segreto del Signore ma alle cose già scritte ne aggiunse altre. […] Alla sua morte egli (Marco) lasciò in eredità il suo scritto alla Chiesa di Alessandria dove fino ad ora viene accuratamente conservato e letto solamente da quelli che sono iniziati ai grandi misteri.” Un
ultimo elemento che è necessario citare è tratto da un testo apocrifo, gli
Atti di Pietro, databile verso la fine del secondo secolo d.C. Ad
un certo punto vi si trova scritta la seguente frase: "entrato
nel triclinio, Pietro vide che si leggeva il Vangelo ed arrotolandolo disse
[...]" (cfr. Acta Petri, 20.1) Il
testo sembrerebbe alludere ad una versione antica del Vangelo redatta su un
rotolo anziché su codice, come tutti i frammenti che ci sono pervenuti. Non è
specificato di quale Vangelo si tratti, per cui è lecito supporre che l'autore
degli Atti di Pietro fosse a conoscenza dell'esistenza di proto-evangeli scritti
su rotoli, probabilmente in ebraico o aramaico, da cui deriverebbero
successivamente le traduzioni in greco oggi note. Trattandosi
di un testo apocrifo, la veridicità di quanto ipotizzato è tutta da
verificare.
Sintetizzando
possiamo concludere che la tradizione cristiana dei primi secoli indica che
almeno uno dei Vangeli canonici fu originariamente scritto in una lingua semita
(ebraico o aramaico): il Vangelo secondo Matteo. La medesima tradizione non
esclude che tale processo abbia riguardato anche gli altri Vangeli, in
particolare una prima recensione del Vangelo di Marco, emanazione diretta
dell'insegnamento di Pietro. Alcuni
studiosi di primo ordine hanno analizzato i testi greci del Nuovo Testamento da
un punto di vista lessicale, giungendo alla conclusione che esiste un substrato
semitico comune a più Vangeli e che il rapporto è così diretto che
addirittura la versione greca può essere considerata una traduzione letterale
del testo originale, scritto in ebraico o aramaico. Hanno
sostenuto questa teoria, nel corso del tempo: §
Jean Carmignac (1914-1986),
esperto mondiale di studi biblici, fondatore della prestigiosa Revue de
Qumran (1958), grande conoscitore delle lingue
ebraica ed aramaica al tempo di Gesù, essendosi occupato, fin dagli anni 50,
dello studio e della traduzione dei manoscritti provenienti da Qumran. §
Claude Tresmontant, professore
alla Sorbona di Parigi, grande conoscitore dell'ebraico antico, curatore della
redazione di un dizionario ebraico-greco. §
Robert Lindsey, esperto di ebraico
antico ed aramaico, il quale fu tra i fondatori della Jerusalem School of
Synoptic Research §
C. Lancaster, il quale ipotizza
che il linguaggio originario del Nuovo Testamento fosse l'aramaico (stile Peshitta) §
La Scuola esegetica di Madrid, i
cui principali rappresentanti sono Mariano Herranz Marco, César Franco, José
Miguel García e Julian Carròn, i quali orientano la propria ricerca verso la
ricostruzione di un originale testo in aramaico dei Vangeli. Il
mondo accademico ed ecclesiastico ha accolto con molta freddezza la teoria di un
substrato semitico riscontrabile in più Vangeli, per cui questa ipotesi è
tuttora oggetto di discussione ed è stata accettata solo da una minoranza degli
studiosi. Per
motivi che rimangono ignoti, sul lavoro di Carmignac è scesa una pesante cappa
di silenzio che rasenta l'ostracismo. Egli morì nel 1986, quando aveva appena
iniziato ad esaminare questo nuovo filone di ricerca, pubblicando un testo,
"La naissance des Evangiles Synoptiques",
che era solo una presentazione di massima degli studi più corposi che si
accingeva ad intraprendere. Lasciò tutti i suoi scritti in eredità all’Institut
Catholique di Parigi, che tuttora ne impedisce la libera consultazione, mentre
il suo editore francese, de Guibert (O.E.I.L.), non è più autorizzato a
pubblicare quelle opere postume. Contro
i risultati di Carmignac sono state proposte pubblicazioni con il piglio di veri
e propri pamphlet contro l'eretico, tra i quali possiamo ricordare la
puntigliosa confutazione sistematica elaborata da Pierre Grelot nel suo libro:
“L’origine di Vangeli – Controversia con J. Carmignac”,
Libreria Ed. Vaticana, 1989. Estraiamo
un brano dal testo di cui sopra, giusto per capire la serenità d'animo, la
delicatezza e l'apertura mentale con la quale padre Pierre Grelot, già membro
della Pontificia Commissione Biblica, si rivolge al lavoro del suo collega,
passato a miglior vita qualche anno prima: "Stando
a Carmignac, le sue ipotesi costituiranno forse la base dell'esegesi evangelica
attorno all'anno Duemila. Io penso piuttosto che, a quel tempo, dormiranno nel
cimitero delle ipotesi morte. Non si può escludere che, di tanto in tanto, un
erudito tenti di dissotterrarle. Ma invano! Quanto a me... avrò gettato qualche
prima palata di terra sulla tomba: ipotesi del genere meritano bene un simile
omaggio". (Confronta A. Socci:
Scandalo a Parigi per il caso Carmignac,
tratto da: Il
Sabato, 1.2.1992, n. 5, p. 54-58.) A
proposito di Grelot, si tratta nello stesso personaggio che ha liquidato
l'ipotesi di O' Callaghan di identificazione di 7Q5 con un frammento del Vangelo
di Marco con il seguente sereno giudizio: "Si
tratta di una congettura di un povero gesuita spagnolo che ha preteso di
identificare in un manoscritto greco di Qumran, di cui restano esclusivamente
dei pezzettini di riga, una frase di san Marco, tra l'altro correggendola perché
le linee non sono abbastanza lunghe. E' una congettura totalmente assurda. Ho
letto articoli e libri che provano come si possano trovare cinque, sei altri
testi dell'Antico Testamento in greco che corrispondono a quel frammento. Averlo
identificato con san Marco è un'assurdità ridicola! " (Confronta
S. Paci:«Quasi un
reportage... altro che mito» tratto
da: 30 Giorni, giugno 1991, p. 14-19). Acredine
personale e meschinerie a parte, il lavoro di Carmignac è sicuramente
suscettibile di critiche, ma, come vedremo in dettaglio, la sua ipotesi è
l'unica in grado di spiegare la presenza di certi semitismi e di certe anomalie
nel testo greco dei Vangeli pervenuto sino a noi. È necessario quindi
esaminarla con particolare attenzione. Prima
di affrontare una trattazione sistematica delle tesi del Carmignac, a titolo di
completezza aggiungiamo che ci sono note alcune versioni del Nuovo Testamento
scritte in aramaico. Si
tratta di traduzioni dal greco, dato che i più antichi manoscritti pervenutici
in aramaico risultano più recenti dei frammenti greci. La
versione più antica del Nuovo Testamento in aramaico oggi conosciuta è
chiamata "Vecchia" o "Vetus" Siriaca. Se ne sono conservati
soltanto due manoscritti, costituenti rispettivamente la versione siro-sinaitica
(sys) e la versione siro-curetoniana (syc). Essi
contengono ampie porzioni dei quattro Vangeli e risalgono, rispettivamente, al
quarto e al quinto secolo dopo Cristo. Questi manoscritti sono copia di un testo
più antico, sulla cui datazione si può dire ben poco. È praticamente
impossibile verificare se questi documenti dipendano esclusivamente dal testo
greco dei Vangeli o abbiano attinto a fonti indipendenti. Il testo dei
manoscritti è di tipo occidentale, il quale è generalmente ritenuto più
vicino e puro al testo più antico dei quattro Vangeli. Esiste
anche una versione posteriore alla Vetus siriaca
che prende il nome di Peshitta
e che
costituisce una versione aramaica del Nuovo e dell'Antico Testamento. I più
antichi manoscritti che la attestano risalgono al quinto secolo dopo Cristo;
dato che nella raccolta di testi neotestamentari compare la lettera di Giacomo,
la cui canonicità si affermò soltanto dopo il secondo secolo d.C., si ritiene
che la Peshitta sia stata compilata tra il terzo e il quarto secolo dopo Cristo. Questi
documenti sono di scarsa utilità per risalire al substrato semitico originale
dei Vangeli, in quanto si tratta con ogni probabilità di traduzioni in aramaico
realizzate a partire dal testo greco. Carmignac
iniziò a supporre che i Vangeli in greco fossero la traduzione di testi scritti
in ebraico o aramaico nel 1963, osservando la grande facilità con cui era
possibile tradurre in ebraico il Vangelo secondo Marco. Secondo Carmignac il
traduttore in greco di Marco aveva risolto ogni difficoltà traslando parola per
parola dall'ebraico al greco, mantenendo persino conservato l'ordine delle
parole preferito dalla grammatica ebraica. Una
dipendenza così forte del testo greco dall'ebraico poteva essere dovuta a tre
possibili spiegazioni: 1.
Il testo greco era stato scritto imitando lo stile semitico della Bibbia
greca dei LXX, forse per renderlo più autorevole. Questa tesi fu scartata perché
la natura delle connessioni con l'ebraico era troppo profonda per poter parlare
di una semplice imitazione di stile: nei Vangeli sono presenti semitismi e
giochi di parole che in greco non sono affatto evidenti, ma che si manifestano
immediatamente nella traduzione ebraica. 2.
Il testo greco era stato scritto da un ebreo che non conosceva bene il
greco e che pertanto aveva abbondato di semitismi e utilizzato costruzioni
sintattiche tipiche della propria lingua. Carmignac scartò anche questa
spiegazione poiché gli autori dei Vangeli non sembrano affatto non conoscere
bene il greco, infatti molte frasi sono espresse in un greco eccellente. Il
problema è che spesso le frasi in ottimo greco si affiancano ad altre prive di
significato, le quali acquistano senso solo nella traduzione ebraica. Inoltre vi
sono giochi di parole e allitterazioni riconoscibili soltanto nella versione
ebraica. 3.
Il testo greco è la traduzione letterale di un altro testo scritto in
ebraico. Il traduttore è un buon conoscitore del greco, ma preferisce tradurre
parola per parola per discostarsi il meno possibile dall'originale. Ne risulta
un greco simile al greco koinè
ma fortemente semitizzato nello stile e nella costruzione delle frasi. Carmignac
aderì alla terza ipotesi e, dopo il Vangelo di Marco, esaminò anche gli altri
due sinottici, giungendo alla stessa conclusione: tutti i Vangeli sinottici
sembrano essere una traduzione molto fedele dal greco all'ebraico, oppure
derivare direttamente da documenti scritti in ebraico. Altri
studiosi allargarono l'indagine al Vangelo secondo Giovanni, rinvenendo anche in
esso molti semitismi e modi di dire tipici dell'ebraico antico trasposti
fedelmente in greco. Robert
Lindsey ha scoperto molti semitismi in tutti i Vangeli canonici, ma soprattutto
nel Vangelo secondo Luca, che egli ritiene il più semitizzante di tutti.
Secondo Lindsey i testi in greco sono una traduzione letterale di testi
preesistenti, scritti in ebraico o in aramaico. Nessuno scrittore ha mai scritto
una nuova opera direttamente in greco preoccupandosi di mantenere linguaggio e
struttura della lingua ebraica, mentre, a partire dal secondo secolo avanti
Cristo vi furono degli ebrei che tradussero l'antico testamento dalle lingue
semitiche al greco, mantenendo la grammatica ebraica nella traduzione e
ricavando la versione dei settanta. Secondo Lindsey qualcosa di simile accadde
per i quattro Vangeli canonici nel corso del primo secolo d.C., quando vennero
tradotti in greco per facilitarne l'uso presso gli altri popoli. Le
tesi di Lindsey sono state accettate anche da David Flusser (1917-2000),
professore di Religione comparata all’Università Ebraica di Gerusalemme e da
Shamuel Safrai (1919-2003) dell’Università Ebraica di Gerusalemme. Identiche
posizioni sono state espresse da Claude Tresmontant. Passiamo
ora ad esaminare nel dettaglio le tipologie di semitismi presenti nei Vangeli. Nota
bene: questo studio è stato ricavato dal documento di G. Bastia: La
lingua del nuovo testamento: greco o ebraico?;
revisione del 09/09/2006, il quale a sua volta utilizza come testo di
riferimento il libro di J. Carmignac “La naissance des évangiles
synoptiques”, pubblicato per la prima volta in
Francia nel 1984 dall’editore de Guibert (O.E.I.L.). Gli
studi di Carmignac hanno evidenziato la presenza di semitismi nei tre Vangeli
sinottici, mentre altri autori ne hanno riscontrati anche nel Vangelo secondo
Giovanni. Alcuni di essi sono riconoscibili anche nelle traduzioni in italiano,
ma per individuarne la maggior parte bisogna confrontare il testo in greco
antico con il testo in ebraico antico. Carmignac
suddivide i semitismi in nove gruppi, a seconda della loro qualità e
importanza. 1.
Semitismi derivati da parole ebraiche traslitterate in greco Si
tratta di parole ebraiche o aramaiche traslitterate in greco che rimangono
tuttavia immediatamente riconoscibili come termini stranieri. Sono
parole come “Amen”, che compare nelle lettere di Paolo e moltissime volte
nell’Apocalisse; “Abbà” che in aramaico significa “Padre” e che si
trova in Marco 14:36, Romani 8:15 e Galati 4:6; “Alleluia” (compare quattro
volte nell’Apocalisse); “Messia” (utilizzato in Matteo, Luca, Giovanni,
Atti); “Talità Kum” (Marco 5:41); “Effatà” (significa “Apriti”,
Marco 7:34). In Marco 15:34 viene riportata la frase in aramaico “Eloì, Eloì,
lemà sabactàni?” che significa “Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?” ([29])
e la stessa frase compare in Matteo 27:46, ma con “Elì” al posto di “Eloì”. L'evangelista
Marco si preoccupa di fornire sempre, per fare capire bene queste parole, una
traduzione comprensibile ai suoi lettori, confermando l'ipotesi che il suo
Vangelo sia stato scritto per un pubblico pagano poco avvezzo ai costumi
giudaici (specificatamente la prima comunità cristiana di Roma). In
Matteo 5, 22 compaiono tre semitismi uno dopo l'altro: Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. Nel
testo greco troviamo la parola ρακά, la quale non è
un termine greco, bensì la trascrizione fonetica di un insulto comune in
ebraico, qui tradotto con il termine "stupido". La
parola συνεδρίω, il massimo
tribunale ebraico, è anch'essa una traslitterazione in greco di un termine
intraducibile poiché tipicamente ebraico. Infine,
la parola γέενναν è anch'essa ebraica
e indica letteralmente la "valle dei figli di Hinnom", una valle a sud
di Gerusalemme dove anticamente dei bambini venivano sacrificati al dio Moloch,
poi divenuta sinonimo di morte e luogo infernale. Questo
tipo di semitismi, immediatamente riconoscibili, non bastano per avvalorare la
teoria del Carmignac dei Vangeli greci come traduzione di Vangeli semiti, in
quanto avrebbero potuto essere stati aggiunti anche da un autore non ebraico per
impreziosire la narrazione e renderla più verosimile. Accanto ad altre prove più
evidenti, tuttavia, acquistano un importante significato di conferma. 2.
Semitismi dovuti ad imitazione di stile Alcuni
semitismi presenti nei Vangeli sono stati introdotti per imitare lo stile
letterario della Bibbia dei LXX. La versione dei settanta è una traduzione in
greco dell'Antico Testamento, il quale originariamente era scritto in ebraico,
aramaico e greco. La traduzione fu realizzata tra il terzo ed il primo secolo
avanti Cristo, a partire dal Pentateuco. L'idea
di rifarsi ad uno stile esistente è più facile possa venire a chi deve
eseguire una traduzione dall'ebraico al greco e vuole la conferma di un testo
autorevole, piuttosto che a chi sta scrivendo direttamente in greco una propria
opera. Gli
autori dei Vangeli conoscono bene e citano spesso la Bibbia dei settanta; molto
probabilmente, dinanzi ad alcune difficoltà di traduzione, hanno pensato bene
di servirsi degli stessi vocaboli adoperati dai traduttori più antichi. 3.
Semitismi nella costruzione delle frasi La
lingua ebraica utilizza molto spesso la paratassi, ovvero un particolare modo di
scrivere, che consiste nel collegare tra loro le frasi mediante la congiunzione
"e", che in ebraico si scrive "waw". Nel greco dei Vangeli
la congiunzione adoperata è la "kai" e l'uso che viene fatto della
paratassi, che non è insolita nel greco koinè,
risulta largamente eccessivo, richiamando costruzioni sintattiche che
risulterebbero stilisticamente più accettabili nell'ebraico antico. Giovanni
9,6, per esempio, tradotto letteralmente suonerebbe così: Detto questo sputò per terra e fece del fango con la saliva e spalmò il fango sugli occhi del cieco. Giovanni 1,1 esordisce con una paratassi: In
principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era
Dio. Nel Vangelo secondo Marco, si fa un uso esagerato di questa costruzione sintattica e si adopera il "kai" persino all'inizio della prima frase: Ed era Giovanni vestito di una pelliccia di cammello e con una cintura attorno ai fianchi e si nutriva di cavallette e di miele selvatico e predicava dicendo (...) (Marco 1,6-7) Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: e lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani e lo scherniranno e gli sputeranno addosso e lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni resusciterà (Marco 10,33-34). Un altro semitismo di stile presente nei Vangeli consiste nell'uso di pronomi ridondanti, che è tipico di ebraico ed aramaico piuttosto che del greco. Ne troviamo un esempio nella seguente frase di Marco, tradotta alla lettera: Avendo udito parlare di lui una donna la cui figlia di lei aveva uno spirito immondo (...) (Marco 7,25) La lingua ebraica non ha una forma specifica per indicare i pronomi riflessivi (me stesso, te stesso eccetera) ed è pertanto costretta ad inventarsi opportune perifrasi. Nei passi paralleli Matteo 16,24, Marco 8,34, Luca 9,23, per esprimere il concetto di "rinnegare se stesso" viene usato correttamente il pronome "eauton". Invece, in Luca 12,19, per rendere la frase "poi dirò a me stesso", il greco recita testualmente: "E dirò alla mia anima", che è una costruzione perifrastica tipicamente ebraica, della quale troviamo un esempio anche nell' Antico Testamento, in Giobbe 9,21, dove per dire "non lo so neppure io stesso", nel testo ebraico, viene usata la perifrasi "non lo vede neppure la mia anima", poi conservata anche nella versione greca dei settanta. L'ebraico non possiede un termine specifico nemmeno per i pronomi "ogni" e "ciascuno", mentre il greco sì. In Matteo 20,9, per dire "ricevettero ciascuno un denaro", viene usata la perifrasi "ricevettero un denaro ripetitivamente" ovvero "ricevettero un denaro ad uno ad uno". Un altro semitismo molto forte si riscontra in Matteo 5,2, la cui traduzione letterale suona così: Ed
aperta la bocca insegnava loro dicendo (...) Utilizzare
l'espressione "aprire la bocca" nel senso di "prendere la
parola" è un modo di dire tipico dell'ebraico antico.
Claude
Tresmontant ha notato che nel Vangelo di Marco compaiono numerose volte i
termini "ecco" e "subito", talvolta anche all'inizio della
frase. La
parola "subito" viene utilizzata 27 volte da Marco, 18 da Luca e
Matteo, solo cinque volte da Giovanni. Essa deriva dalla interiezione greca
"idou", che traduce l'ebraico "hinneh" nel significato di
subito, immediatamente. Si
tratta di un termine che viene utilizzato tantissimo nell'Antico Testamento,
quasi un migliaio di volte. Un
altro semitismo riscontrabile in questa categoria è l'utilizzo del verbo apokrinomai,
che significa "rispondere, iniziare a parlare" congiuntamente
con verbi che significano a loro volta "rispondere, dire, parlare", il
che origina espressioni ridondanti come "egli rispose e disse" oppure
"egli parlò e disse". Ne troviamo alcuni esempi in Matteo 11,25,
12,38, 17,4, 28,5, Marco 9,5, 11,14, 12,35. Nell'Antico Testamento, frasi con
questo tipo di costruzione sono frequenti: si vedano Genesi 27:37, 31:43, 40:18;
Esodo 19:8, 24:3 e Numeri 22:18 nella versione della LXX.
4.
Semitismi nel vocabolario Questa categoria di semitismi include parole o modi di dire che sono significativi in ebraico, mentre in greco non hanno alcun senso. Per esempio, nel testo greco di Matteo 9,15: E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno. L'
espressione "gli invitati a nozze" è resa con le parole
υιοί του
νιμμφωνος, che letteralmente
significano "i figli della tenda (= camera) nuziale". Tale
locuzione in italiano, così come in greco, è di significato oscuro, mentre in
ebraico significa proprio "gli invitati a nozze". In
Matteo 6,22-23 leggiamo: La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra! Il
senso di questa frase è di difficile comprensione sia in italiano, sia in
greco, ma non in ebraico. In ebraico e in aramaico l'espressione "avere
buon occhio" è un'espressione idiomatica che significa "essere
generosi", mentre "avere occhio cattivo" significa "essere
poco generosi" oppure "essere invidiosi di qualcuno." Il
parallelismo tra luce/virtù e tenebra/peccato risulta chiaro solo a chi sono
comprensibili questi modi di dire semiti. Com'è
possibile, allora, che nel testo greco siano stati inseriti modi di dire ebraici
che nel testo greco risultano incomprensibili? Le
spiegazioni possibili sono due: 1.
L'evangelista ha riportato in greco in modo maccheronico, nella maniera
per lui più semplice, ovvero letteralmente parola per parola, anche le
espressioni idiomatiche ebraiche utilizzate durante la predicazione orale in
aramaico e da lui ascoltate come tali. Il che significa da una parte l'assoluta
fedeltà nella riproduzione della Parola nel passaggio dalla tradizione orale
alla tradizione scritta, dall'altra l'esistenza di una predicazione orale
fortemente delineata e fissata anche nelle espressioni da adoperare. 2.
L'evangelista ha tradotto letteralmente in greco da un testo ebraico
parola per parola per non alterare volutamente il significato del testo
originale. 5.
Semitismi nella sintassi e nella grammatica A
volte, nel testo greco dei Vangeli, sono omessi gli articoli, anche dove,
secondo la grammatica greca, sarebbero necessari. È possibile che questo sia
dovuto al fatto che l'omissione degli articoli è tipica della lingua ebraica. Alcune
frasi nel Nuovo Testamento presentano una costruzione tipicamente ebraica, con
la successione verbo-soggetto-complementi ed il verbo tipicamente all'inizio
della frase. Un
esempio è la traduzione letterale di Matteo 6,9: "così dunque pregate voi" Un
altro esempio lo troviamo in Marco 1,5 Accorreva a lui tutta la regione della Giudea. In
ebraico e aramaico non esistono forme particolari per indicare il grado
comparativo o superlativo di un aggettivo. In
pratica esiste l'aggettivo "grande", ma non esistono espressioni come
"più grande di", "il più grande", "grandissimo". È
quindi necessario ricorrere a complicate perifrasi, mentre in greco, esistendo
delle forme particolari, tale necessità non esiste. Eppure
nei Vangeli compaiono frasi in cui vengono costruite apposite circonlocuzioni,
pur di non adoperare il comparativo e il superlativo. In
Matteo 22,36, quando lo scriba chiede a Gesù: "Maestro, quale è il
più grande comandamento della legge?",
notiamo che nel testo greco non compare la forma superlativa come in italiano,
ma il semplice aggettivo "grande", cosicché la frase suona: "Maestro, quale è il grande comandamento della legge?" Anche
Gesù, nella sua risposta, usa una perifrasi: la frase che la traduzione
italiana esprime come "Questo è il più grande e il primo dei
comandamenti" nel testo greco originale suona così: "Questo
è (il) grande e primo comandamento"
(Matteo 22,38)
In realtà il termine che sta per "primo" viene introdotto per aggirare l'utilizzo del superlativo "il più grande". In Marco 9,43, invece di dire "è meglio per te entrare nel regno dei cieli", il testo greco recita "è buono per te (...)", pur di non adoperare il comparativo. In Giovanni 2,10, al posto dell'espressione "il vino più buono", il greco dice "il vino buono". In Luca 5,39, la frase "il vecchio è migliore" viene espressa in greco con una costruzione che letteralmente dice "il vecchio è buono", nonostante dal contesto sia chiaro che andrebbe usata una forma comparativa. In Luca 15,22, la frase "presto, portate qui il vestito più bello" viene espressa in greco dalla circonlocuzione "presto, portate qui il primo vestito". In tutti questi casi in greco si sarebbe potuto ricorrere all'uso delle forme comparative e superlative: queste costruzioni particolari si giustificano solo se il testo greco è una traduzione molto letterale di un testo ebraico, nel quale tali forme non esistono. Fatta eccezione per gli esempi riportati, tutti e quattro gli evangelisti fanno ampio uso delle forme comparative e superlative in greco: § Mt 11:11, 12:6, 13:31, 18:1, 20:31, 23:11; Mc 4:32, 9:34; Lc 7:28, 9:46, 22:24, 22:26, 22:27 e Gv 4:12, 8:53, 10:29, 13:16, 14:28, 15:13, 15:20 e 19:11: "più grande di " § Mt 11:11, 13:32; Mc 4:31; Lc 7:28, 9:48: "più piccolo di" § Mc 1:7, Lc 3:16, 11:22: "più forte di" § Lc 22:26: "più giovane" § Mt 21:9, Mc 11:10, Lc 2:14 e Lc 19:38: "il più alto dei Cieli" L'utilizzo delle forme arcaiche semitizzanti esaminate in precedenza non può quindi essere attribuito alla scarsa perizia o alla scarsa conoscenza della grammatica greca da parte degli evangelisti, visto che in altre occasioni mostrano di conoscere e applicare correttamente le regole della sintassi. L'unica ipotesi plausibile è che in alcuni casi abbiano conservato la costruzione ebraica per risultare il più fedeli possibile alle parole originali, e questo può essere avvenuto soltanto in due casi: 1. Testimonianza oculare degli evangelisti alla predicazione in aramaico di Gesù o degli apostoli, quest'ultima già vincolata a forme fisse per mantenere la fedeltà all'originale e facilitare l'apprendimento mnemonico: solo in questi due casi gli evangelisti avrebbero potuto ritenere significativo far aderire il più possibile alla lettera il testo greco del documento che andavano redigendo alla tradizione orale. 2. Traduzione letterale in greco da un documento originalmente scritto in ebraico. In questo caso è possibile supporre l'esistenza di fonti diverse alle quali gli evangelisti attinsero: alcune, più antiche, dalle quali tradussero alla lettera i brani più semitizzanti e altre, più recenti, che non ritennero necessario tradurre alla lettera. In Matteo 6,4 troviamo una costruzione ridondante della frase con ripetizione del soggetto. Tali costruzioni erano ampiamente diffuse nelle lingue semitiche, molto meno nel greco koiné. La traduzione letterale suona così: "e il Padre tuo che vede nel segreto, egli ti ricompenserà". Una
tipica costruzione sintattica ebraica è quella chiamata Asyndeton,
che consiste nell'accostare parti di frasi senza congiunzioni laddove
sembrerebbe necessario l'utilizzo di una και. È particolarmente
usata nel Vangelo di Giovanni. Ne
abbiamo un esempio in Giovanni 5,3: "(...) giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi , paralitici" Un
altro caso di utilizzo dell' asyndeton lo
troviamo quando un verbo segue un altro e viene omessa qualunque congiunzione
fra i due. Così
ad esempio in Giovanni 12, 36, nella versione C.E.I., abbiamo: “Gesù
disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro”
ma nel testo greco è scritto, traducendo letteralmente: “…se
ne andò si nascose da loro” inaspettatamente senza la congiunzione kai a collegare i verbi
andare e nascondere. Caratteristica
delle lingue semitiche è la ridondanza nell'uso di preposizioni consistente
nella ripetizione della preposizione davanti a ogni parola di un elenco retto
dalla preposizione stessa: tale costruzione era inaccettabile sia nel greco
classico, sia nel greco parlato. Un
bell'esempio lo troviamo in Marco 3,7-8 , la cui traduzione letterale è:
Gesù con i suoi discepoli si ritirò verso il mare e una grande folla lo seguiva dalla Galilea e dalla Giudea e da Gerusalemme e dalla Idumea e da oltre il Giordano e da Tiro e Sidone una grande folla udendo queste cose si recava da lui.
Il
testo di Marco 4,41 viene normalmente e correttamente tradotto dalla versione
C.E.I. con le seguenti parole: "Chi è dunque costui, al quale il vento e il mare obbediscono?" Il
verbo obbedire è coniugato alla terza persona plurale, mentre nel testo greco
esso risulta coniugato alla terza persona singolare con un evidente errore
grammaticale. Ritroviamo
lo stesso errore in Marco 16,5, in cui il verbo "oraw ", che significa
"vedere, guardare", è coniugato alla terza persona singolare,
nonostante il soggetto sia plurale . 6.
Semitismi stilistici. Alliterazioni Nei
testi dei Vangeli sono presenti numerose ripetizioni. Esse avevano lo scopo di
sottolineare enfaticamente il discorso durante la lettura e facilitare la
memorizzazione del testo. Sono tipiche della prosa religiosa semitica. In Luca 8,5 troviamo una ripetizione multipla del tipo: "Il seminatore uscì a seminare la sua semente . E mentre seminava, parte cadde..." In Marco 9, 49-50 viene utilizzato ripetutamente il termine sale con alcuni derivati: "Perché ciascuno sarà salato con il fuoco. Buona cosa il sale; ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri". In
Luca 22,15 troviamo la seguente espressione (tradotta alla lettera): "con
desiderio ho desiderato di...". Essa non ha
significato in greco, né in italiano, ma è spiegabile solo come caratteristica
dello stile ebraico. Molto
simile è il costrutto adoperato da Matteo 2,10: "gioirono di gioia"
. Come
ultimo esempio riportiamo la costruzione di Marco 4,41: "e impauriti
dalla grande paura". 7.
Semitismi alteranti il significato di intere frasi. I giochi di parole
Tra
le prove più forti a sostegno di una redazione originaria in lingua semitica vi
sono le seguenti osservazioni: 1.
Nei Vangeli sono presenti intere frasi che non significano nulla in
greco, ma hanno senso solo in ebraico, se prese alla lettera 2.
nei Vangeli esistono giochi di parole riconoscibili esclusivamente se il
testo originario fosse stato scritto in ebraico
In
Luca 9,51, la traduzione letterale della parte finale del versetto recita:
"egli fissò la sua faccia a partire
verso Gerusalemme", che non significa nulla né in italiano, né in
greco. In ebraico invece "fissare il
volto/la faccia" è un modo di dire tipicamente semitico che significa
"decidere fermamente". In Luca 20,21, la CEI traduce con le parole "e non guardi in faccia a nessuno" una frase che tradotta letteralmente dal greco all'italiano suona "non tiri su la faccia". Questo modo di dire non significa nulla in greco o in italiano, ma in ebraico esiste l'espressione nasa panim che significa proprio "tirare su la faccia ". Essa deriva dall'usanza ebraica di piegare il capo sino a toccare la terra con la punta del naso nel momento in cui si chiedeva una concessione in modo solenne; chi aveva il potere di esaudire la richiesta poteva accordarla sollevando il capo del richiedente, oppure rifiutarla non tirando su la faccia di chi lo invocava. In questo contesto, uno "che non tira mai su la faccia a nessuno" è una persona inflessibile e intransigente. Nel Benedictus sono presenti giochi di parole comprensibili solo in una traduzione dal greco all'ebraico. In Luca 1, 68-79 troviamo la frase: “Così
egli ha concesso misericordia
ai nostri padri e si è ricordato
della sua santa Alleanza, del giuramento fatto ad Abramo nostro padre”. A parlare è Zaccaria, in occasione della nascita del figlio, Giovanni il battista. In ebraico il verbo che rende “ha concesso misericordia” è hanan ovvero la radice del nome Yohanan (Giovanni, il figlio di Zaccaria); il termine che traduce il verbo “ricordato” è in ebraico il verbo zakar, da cui deriva il nome Zakaryah; infine la parola ebraica per “giuramento” è shaba, radice di Elishaba’at che sarebbe Elisabetta, la moglie di Zaccaria e madre di Giovanni Battista . Questo gioco di parole con i relativi simbolismi va completamente perduto nella versione greca: Carmignac lo ritiene una prova convincente che il testo greco non sia altro che una traduzione molto letterale da un originale scritto in ebraico. Un analogo costrutto emerge anche da Marco 3,14-15:
“Ne costituì dodici che stessero con Lui e
anche per mandarli a predicare e perché avessero il
potere di scacciare i demoni”. Oltre all’uso reiterato del kai (la congiunzione
“e”) nel testo greco che, come abbiamo visto, è una paratassi tipica
dell’ebraico, dobbiamo notare che in ebraico “mandarli, inviarli” è il
verbo shalah, “avere potere” si traduce con il verbo shalat
e infine “scacciare” sarebbe shalak tre verbi molto simili tra
loro che pronunciati suonano allo stesso modo e danno luogo a quella che in
gergo si definisce allitterazione. (G. Bastia, La
lingua del Nuovo Testamento: greco od ebraico?,
2006) G. Bastia riporta numerosi esempi di giochi di
parole dello stesso tipo: Marco
2:6 – Seduti là (ebraico: yoshebim) erano alcuni scribi
che pensavano (ebr.: wehoshebim) in cuor loro.
Marco 6:38 – Ma egli replicò loro (ebr.: lahem): «Quanti pani (ebr.: lehem) avete (ebr.: lakem)? Andate (ebr.: lekou) a vedere». E accertatisi, riferirono: «Cinque pani e due pesci».
Marco 9:18 - ed egli schiuma (ebr.: weyaraq), digrigna i denti (ebr.: weharaq) Marco
10:34 – Lo scherniranno (ebr.: wesahaqu bo), gli sputeranno
addosso (ebr.: weyarequ bo), lo flagelleranno e lo uccideranno; ma
dopo tre giorni risusciterà.
Marco
11:15 (e Matteo 21:12) – Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato
nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio;
rovesciò i tavoli (ebr.: shulehanot) dei cambiavalute (ebr.: shulehanim)
e le sedie dei venditori di colombe. In
Matteo 1:18 è riportata poi l’espressione “Ella si troverà nel
ventre” traduzione letterale del passo in greco. Questa espressione sembra
essere la traduzione greca del termine ebraico wa-tahar (che significa
“avere nel ventre”, nel senso di concepire). Inoltre
il versetto Matteo 1:21 (“Ella partorirà un figlio e tu lo
chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”)
tradotto in ebraico sarebbe: Ve-qaraeta et-schemo Ieschoua ki hou Ioschia
et-ammo meavonoteihem. Si noti la allitterazione in ebraico tra la parola
Ieschoua (Gesù = il Salvatore) e il verbo Ioschia (salvare). Il punto è che
Matteo in questo verso sta spiegando al lettore che il nome Gesù deriva dal
verbo salvare – e questo è evidente in ebraico – ma nel testo greco
traducendo le parole non viene spiegato assolutamente nulla e non si capisce
come sia collegato il nome di Gesù con il verbo salvare; la stessa cosa del
resto succede anche in italiano. Se il testo fosse stato scritto direttamente in
greco l’autore avrebbe dovuto precisare che il collegamento è linguistico e
deriva dalla lingua ebraica, cosa che invece non fa. Proseguendo poi la lettura
al versetto Matteo 1:22 troviamo anche una espressione tipica dei testi
ebraici: il concetto di adempiere la parola (di Dio), modo di dire
tipico del testo secondo Matteo che deriva dalla traduzione letterale
dell’ebraico malle et-debar YHWH. Questo modo di dire lo troviamo ad
esempio anche in 1 Re 2:27.
In
Matteo 5:18 abbiamo poi: “In verità vi dico: finchè non siano
passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure uno iota o
un segno, senza che tutto sia compiuto.” In greco iota sarebbe la lettera
i. Il discorso diventa più comprensibile se si considera che la lettera i
corrisponde alla lettera ebraica yod, che sarebbe la più piccola lettera
dell’alfabeto ebraico, graficamente poco più di un puntino a sottolineare
qualcosa di veramente piccolo e marginale. Il senso del discorso è pertanto che
nemmeno le cose più piccole e marginali della legge passeranno. (G. Bastia, La
lingua del Nuovo Testamento: greco od ebraico?, 2006)
È piuttosto difficile ed intellettualmente disonesto liquidare tutte queste evidenze come semplici coincidenze o risultato di imitazione di stili. 8.
Semitismi e trasmissione del testo In questo paragrafo vengono fornite, a mio parere, le prove più schiaccianti relative all'esistenza di un originale scritto dei Vangeli in lingua ebraica o aramaica. Vi si riportano numerosi esempi di frasi dal significato incomprensibile, sia nella traduzione italiana, sia nel testo greco, le quali acquistano un senso compiuto ipotizzando un errore di traduzione dall'ebraico al greco dovuto alla confusione tra vocaboli simili. Non credo che possa esistere una spiegazione alternativa all'ipotesi di Carmignac. In Matteo 3,11, Giovanni battista profetizza che dopo di lui verrà uno al quale non è degno di portare neppure i sandali. Nello stesso episodio, riportato dagli altri sinottici (Marco 1,7 e Luca 3,16), Giovanni battista dice di non essere degno neppure di sciogliere i legacci dei sandali. Sono
utilizzati due verbi formalmente e sostanzialmente diversi. In ebraico,
tuttavia, le parole che significano "portare" (las'et)
e “slegare” (lashelet) sono molto simili. È possibile quindi
che esistesse un testo antico con un verbo solo, male interpretato durante la
traduzione in greco. In
Marco 8, 31, Gesù "cominciò ad insegnare
loro", mentre nel passo parallelo di Matteo 18,21, Gesù "cominciò a mostrare loro". In
ebraico il verbo del primo versetto sarebbe lehorot , mentre il verbo
del secondo versetto sarebbe
lehar'ot : sono due parole molto simili tra loro, considerando anche il
fatto che nel testo scritto, privo di vocali, vengono visualizzate
rispettivamente con LHWRWT
e con LHRWT. Il libro di Carmignac, La naissance des évangiles synoptiques, presenta molti esempi di questo tipo. In Marco 4,19 sta scritto: “ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto”. In
Luca 8,14 troviamo: “Il seme caduto in
mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si
lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri
della vita e non giungono a maturazione”. Le espressioni evidenziate in grassetto-corsivo derivano dalle parole ebraiche she'ar e she'er, che in ebraico antico, in assenza di vocali, sarebbero state scritte uguali. Diverse vocalizzazioni potevano portare ad entrambi i termini dal significato simile. In
Marco 5,13, l'evangelista precisa che la mandria di maiali che si gettò dalla
rupe nel lago era composta da 2000 elementi: un numero così alto da risultare
inverosimile. La parola ebraica K’LPYM,
che significa "circa 2000", con una diversa vocalizzazione può essere
interpretata come
ke’alpayim, il cui significato è "a frotte" o " a gruppi". Nel versetto Marco 9,49 troviamo l'enigmatica frase: "Perché
ciascuno sarà salato con il fuoco". Carmignac, studiando i
documenti rinvenuti a Qumran, ha scoperto che la parola ebraica adoperata per
"salare" (malah) può significare anche
"volatilizzare". Utilizzando quest'ultimo verbo, la frase acquista
senso compiuto. Matteo 26,6 e Marco 14,3 narrano entrambi che la cena di Betania si
svolse nella casa di Simone "il lebbroso". La situazione sembra poco
credibile, poiché la lebbra era una malattia molto contagiosa che comportava
per il malato l'espulsione dalla comunità. Tuttavia Simone avrebbe potuto
essere stato malato in passato e successivamente guarito, oppure essere
soprannominato così in quanto portatore di una malattia della pelle solo
esteriormente simile alla lettera, ma meno pericolosa o non infettiva. La locuzione "il lebbroso" in ebraico si scrive ha-zarua. Questa parola è molto simile alla parola ebraica ha-zanua, dalla
quale differisce solo per una consonante. Ha-Zanua significa
"l'umile", "il pio": si tratta di appellativi devozionali
che i contemporanei applicavano agli Esseni. È possibile quindi che, per un banale errore di traduzione, in ben due testi diversi, Simone l'Esseno ci sia stato trasmesso come Simone il lebbroso. Un'altra ipotesi deriva dall'uso della parola aramaica garba che significa sia "rogna" (e forse, per estensione "lebbra"), sia "Vaso ". Garban significa invece "ammalato di rogna" oppure, nell'altra accezione, "fabbricante o venditore di vasi ". Certamente è più verosimile una cena ambientata in casa di Simone il vasaio o di Simone il pio, piuttosto che in casa di Simone il lebbroso. Dagli Atti degli apostoli, apprendiamo la seguente notizia: Atti
degli Ap., 11:27-30 – In
questo tempo alcuni profeti scesero ad Antiochia da Gerusalemme. E uno di loro,
di nome Agabo, alzatosi in piedi, annunziò per impulso dello Spirito che
sarebbe scoppiata una grave carestia su
tutta la terra. Ciò che di fatto avvenne sotto l’impero di Claudio.
Allora i discepoli si accordarono, ciascuno secondo quello che possedeva, di
mandare un soccorso ai fratelli abitanti nella Giudea; questo fecero,
indirizzandolo agli anziani, per mezzo di Barnaba e Saulo. In
questo caso il semitismo è costituito dalla locuzione "su tutta la
terra", che nei testi ebraici non indica mai il mondo intero ma la
porzione che essi ritengono più importante, ovvero "la terra" per
antonomasia, la "terra di Israele" che è una zona geografica
circoscritta e ben definita. Il termine
“terra” in aramaico è ‘ara (Strong’s Concordance Number 772) e
in ebraico ‘erets (Strong’s Concordance Number 776) . Uno
dei più famosi problemi di traduzione si trova in Matteo 19,24, i cui paralleli
sinottici sono Marco 10,25 e 18, 25. Il passo contiene il noto aforisma di Gesù:
"è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco
entri nel regno dei Cieli". In aramaico la parola gamla
significa sia "cammello", sia "grossa fune". 9. Semitismi di traduzione. Il vocabolario della versione dei settanta Alcuni brani dei Vangeli sembrano una traduzione dall'ebraico al greco eseguita utilizzando come vocabolario la Versione greca dei LXX. Questa consiste in una traduzione in greco dell'Antico Testamento, realizzata fra il terzo secolo avanti Cristo e il primo secolo d.C. Nell'episodio della guarigione della donna che soffre di emorragie, Marco 5,29 utilizza una parola che significa "sorgente" (di sangue), mentre Luca 8,44, nel passo parallelo, utilizza il termine "flusso". Nel testo ebraico del Levitico 20,18 viene adoperata per due volte la parola "sorgente" (in ebraico: maqor ) . Nella Versione dei LXX essa viene tradotta la prima volta con la parola "sorgente" usata da Marco, la seconda volta con la parola "flusso" usata da Luca. È plausibile che i traduttori in greco dei Vangeli di Marco e Luca, nel tradurre la parola ebraica maqor abbiano voluto fare esplicito riferimento ad un testo autorevole come quello della Septuaginta.
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