DIEGO ALBERTO

di Thunder

 

 

 

 

Diego Alberto, ballerino di tango, passo danzante lieve come brezza, piede rapace, zampata di felino.

Oggetto misterioso, enigma argentino, così umile da portare il soprannome di un altro, così forte da passare inosservato sopra cinquanta centri in Spagna e una schiacciata di meringhe.

Viso da pugile dagli occhi buoni, Principe delle maree di una città di mare, mai troppo tenera con gli stranieri.

Sguardo dietro le orecchie, intelligenza d’oro zecchino, risorsa dei compagni, fenomeno da taschino.

Quando ti rapirono fu l’Ingiustizia, contro cui non bastarono strali: con te ci strapparono la speranza di un futuro migliore, lasciandoci nudi in pasto alle belve.

Ma il tempo davvero è galantuomo, la Ruota lentamente gira, e dopo esser stati a lungo incudine tornammo alfine a esser martello.

Tornasti, novello figliuol prodigo mutato in prodigio, ancora più forte di quando partisti, Ulisse ispanico dai piedi fatati.

E quando, in quella fredda sera di un giorno d’inverno, con una delle tue magie, sparisti davanti ad un basito Accardi, per riapparire, solitario come un dio greco, a centro area, ed incornare quel pallone con la potenza di un ariete medioevale, scaraventasti in rete la tua rabbia e la nostra gioia.

Allora capimmo che la carestia, dopo sette anni, era finalmente finita.

E gioimmo, Diego Alberto, insieme a te.

 

 

 

 

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