DULCINEA DEL TOBOSO

di

Adriano Stagnaro “Thunder”

 

 

Per quanto tempo può durare un uomo sotto i colpi della vita? E per quanto tempo può continuare a cercare ciò che non esiste?

Fu tra le mangrovie di Arbòrea che incontrai il Dubbio, vestito d’aria serena ed armato di lacrime, ma non ebbi il coraggio di affrontarlo. Ero ancora troppo, troppo stanco per morire.

Mi frugai in tasca e trovai due biglie di vetro colorato. Le feci battere l’una contro l’altra finché la noia non mi serrò il pensiero. Allora ebbi fame, e cercai da mangiare.

C’era una collina lì vicino, e sulla collina c’era un uomo con due pani e tre pesci.

“Basterà per tutti e due?” gli chiesi.

“Basterà per noi e per gli altri. Anzi, ne avanzerà”.

Mi guardai attorno, cercando di capire chi fossero gli altri, e vidi una moltitudine immensa di gente lacera, malata, affamata. Avanzava a capo chino, con gli occhi tormentati da miriadi di moscerini.

“No che non basterà! Non basterà neanche per noi due!”

Gli tolsi di mano il cibo e scappai via. Gli affamati non mi curarono di uno sguardo.

E mangiai terra e bevvi sabbia, ed ebbi più fame di prima.

Corsi, corsi e corsi fino in cima alla montagna più alta di quella terra. Poi guardai giù, e mi sentii mancare.

“Come sono piccolo, io, qui. E come è grande il Cielo. E come è lontano. Lontano migliaia di leghe. Chi mi libererà da queste scarpe di piombo, ora che so di poter volare?”

Ma i lucchetti erano ancora più pesanti delle scarpe. Avevo perso la chiave mille anni fa. Non sapevo se ne esistesse una copia. E non me n’era mai importato nulla, finché non avevo scoperto che era tardi.

Era tardi sia per cominciare, sia per finire, sia per continuare. Era solo tardi, per tutto.

Sopravvissi ancora, immerso nel tardi che mi stringeva da tutte le parti, si insinuava nei miei polmoni per rubarmi il respiro e allevava sorci per rosicarmi il sonno.

Di sonno non ne avevo quasi più: me ne era rimasto solo un biscotto da custodire gelosamente. Un giorno mi stufai di difenderlo dalle insidie della sorte e lo buttai alle ortiche.

Così il prato si addormentò, e anche gli alberi, le nuvole, il ruscello. Le rocce no: esse dormivano da sempre e per loro era sempre presto.

Mi sdraiai su di un letto di muschio, per assorbire un po’ di serenità. Come un’eterea carezza ella mi sfiorò il viso.

“Ma allora esisti!”- gridai fra le lacrime - “Allora esisti, Dulcinea del Toboso…”

   

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