L'EMBRIONE E' UN ESSERE UMANO?

Adriano Stagnaro - rev.01 - 12maggio 2008

 

I progressi della scienza e della biologia oggi permettono manipolazioni sugli embrioni umani, spesso giustificate come necessarie per la ricerca contro l’infertilità o le malattie neurodegenerative. Gli embrioni vengono considerati materiale genetico disponibile per la sperimentazione.

Ma che cos’è veramente un embrione umano?

Un grumo di cellule indifferenziate o qualcosa di più?

 

L’embrione umano è un essere umano nella fase primordiale del suo sviluppo e, come tale, è da considerarsi persona, cioè titolare dei diritti e della dignità propri ed esclusivi dell’essere umano, fin dal momento della sua formazione, ovvero fin dal concepimento.

 

La dottrina cattolica insegna che:

 

La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l’essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocante alla vita. (Catechismo della Chiesa Cattolica, par. 2270; 1993).

 

Il concepimento è il momento in cui i cromosomi provenienti dal gamete maschile (lo spermatozoo) e quelli provenienti dal gamete femminile (l’uovo) si fondono per generare una nuova cellula, lo zigote.

Lo spermatozoo e l’uovo non sono esseri umani, nemmeno potenzialmente, poiché non sono in grado di svilupparsi spontaneamente in un essere umano.

Il patrimonio genetico dei gameti, le cellule riproduttive, è pari a n cromosomi. Solo quando i gameti si fondono in una sola cellula avente patrimonio genetico 2n abbiamo un nuovo individuo, potenzialmente in grado di svilupparsi in uomo.

Lo zigote, avendo patrimonio genetico 2n, è già un essere umano. Dividendosi in più cellule con il processo della mitosi, lo zigote origina l’embrione, che si sviluppa successivamente in feto e neonato.

Il processo di sviluppo dell’embrione è continuo e progressivo. Noi parliamo di feto e neonato solo ponendo delle barriere artificiali al nostro concetto. Non esiste un momento preciso in cui un embrione diventa un feto, così come non è il grado di sviluppo a fare di un feto un neonato, ma solamente il momento temporale in cui la nuova creatura esce dal ventre materno.

La legislazione stabilisce che è al momento della nascita che un bambino acquisisce i suoi diritti di essere umano, ma non vi è alcuna differenza tra un bambino appena nato ed un bambino ad una settimana dalla nascita.

Procedendo a ritroso, si giunge alla conclusione che è soltanto il grado di sviluppo che differenzia un bambino appena nato da un embrione o da uno zigote. Non vi è alcuna differenza di sostanza.

 

§         L’embrione è un essere vivente: esso si sviluppa secondo un progetto determinato dal proprio patrimonio genetico e dai fattori ambientali, mediante flussi di energia e di materia antientropici che sono tipici dei processi vitali.

§         L’embrione è un essere umano nel significato scientifico del termine, infatti appartiene alla specie umana (Homo sapiens sapiens), della quale porta il corredo genetico.

§         L’embrione non è un’appendice del corpo della madre, in quanto il suo patrimonio genetico è diverso sia da quello materno, sia da quello paterno: esso eredita e ricombina i geni parentali in maniera originale, proponendo un modello nuovo e personale.

§         L’embrione non è una creatura diversa dal futuro neonato: esso è la medesima creatura in una fase di sviluppo precedente. Non esiste alcun evento biologico specifico, né soluzione di continuità, che trasformi l’embrione in un bambino. L’embrione si sviluppa gradualmente in bambino perché si tratta del medesimo soggetto in evoluzione.

§         L’embrione non è proprietà della madre o del padre, così come nessun essere umano può essere proprietà di un altro: l’embrione appartiene a sé stesso e a Dio, fonte ultima della Vita.

§         L’embrione non è un agglomerato di cellule, come può essere una coltura tissutale in vitro di cellule umane: esso è un organismo sempre completo in ogni sua parte, secondo il grado di sviluppo raggiunto, in grado di svilupparsi spontaneamente verso gradi di complessità e di differenziazione cellulare superiore

§         Non bisogna confondere la non-autosufficienza dell’embrione con la sua non-esistenza come organismo indipendente dal corpo della madre: l’embrione è una creatura distinta dalla creatura materna, alla quale è legata da un rapporto di simbiosi di tipo parassitico. Potenzialmente l’embrione potrebbe svilupparsi separatamente dal corpo materno, purché messo in un substrato nutritizio adeguato. La potenzialità di sviluppo dell’embrione è insita nel proprio patrimonio genetico e non dipende dal corpo materno: il corpo materno costituisce l’ambiente esterno in cui l’embrione si sviluppa e da cui trae nutrimento.

§         L’embrione non diventa un essere umano quando gli si forma il cervello, ma è tale durante tutto il suo sviluppo: come gli altri organi, anche il sistema nervoso si forma gradualmente e continuativamente, per cui non è possibile individuare il momento esatto di formazione, così come è impossibile individuare il momento esatto in cui esso comincia a funzionare. La formazione del cervello e di tutti gli organi è già programmata nel codice genetico dello zigote, per cui è, in un certo senso, immanente nell’embrione sin dal concepimento.

§         Non è ammissibile condizionare l’acquisizione dello stato di “essere umano” al completamento dello sviluppo del concepito: in tale caso non potrebbero essere considerati esseri umani nemmeno tutti gli individui in età prepuberale.

 

Esistono alcuni passi delle Scritture che confermano l’esistenza dello status di persona del concepito ancora prima del momento della nascita, come afferma la Chiesa cattolica:

 

“Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo,

prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato” (Ger 1, 5)

 

“Ascoltatemi, o isole,

udite attentamente, nazioni lontane;

il Signore dal seno materno mi ha chiamato,

fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome” (Is 49, 1)

 

“Sei tu che hai creato le mie viscere

e mi hai tessuto nel seno di mia madre.

Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;

sono stupende le tue opere,

tu mi conosci fino in fondo.

Non ti erano nascoste le mie ossa

Quando venivo formato nel segreto,

intessuto nelle profondità della terra.

Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi

E tutto era scritto nel tuo libro;

i miei giorni erano fissati,

quando ancora non ne esisteva uno” (Sal 139, 13-16)

 

“non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” (Lc 1, 15)

 

“Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta i miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo” (Lc 1, 44)

 

Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. (Gal 1, 15-17)

 

Dio si rivolge al nascituro, al concepito, come ad una persona fatta e finita.

Lo conosce personalmente, riconoscendovi una precisa identità, un nome; lo consacra, lo sceglie, lo chiama ad una missione; lo intesse nel seno della madre, come uno straordinario miracolo, un prodigio, dando gradualmente forma a ciò che è ancora informe; lo inonda di Spirito Santo.

E il nascituro risponde con fiducia alla Volontà che lo plasma, con gioia alla Presenza del Dio fatto uomo.

L’aborto non è solo un delitto contro l’uomo, ma è un sacrilegio contro Dio.

 

Su questa base la Chiesa, fin dalle origini, ha sviluppato i propri insegnamenti sul carattere di persona di colui che, concepito, non è ancora nato. Non si tratta di teorie recenti, ma di dottrine consolidate già agli albori della Cristianità e, da allora, confermate attraverso i secoli, fino alla grande aggressione contro la vita nascente degli ultimi decenni.

 

Tertulliano (160-230 d.C.): “E’ già uomo colui che lo sarà” (Apologeticus, 9)

 

Sant’Agostino: “Se il concepito appartenesse al corpo della madre, così da reputarsi parte del corpo di lei, non si battezzerebbe l’infante, la cui madre fu battezzata quando lo portava in seno” (dal canone VI del Sinodo di Neocesarea, anni 314-319)

 

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