GESU' ERA SPOSATO?

 Adriano Stagnaro - rev.01 - 12maggio 2008

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Questa domanda è meno oziosa della precedente.

Esiste una minoranza di storici che affermano che Gesù non potesse non essere sposato, proprio in ossequio ai costumi ebraici dell’epoca, e che i riferimenti a sua moglie sono stati opportunamente ignorati o rimossi dagli evangelisti o dai copisti successivi per non incorrere in gravi problematiche teologico-dottrinali.

Tra questi studiosi citiamo William E.Phipps ed il suo Was Jesus married? The distortion of sexuality in the Christian Tradition, Lanham, MD, University Press of America, 1986 (già il titolo è tutto un programma…).

Gli argomenti portati (sulla cui fondatezza indagheremo) sono sostanzialmente due:

 

  1. Gesù, in quanto “maestro della Legge” (“Rabbì”), aveva l’obbligo legale-religioso di essere sposato. In caso contrario non gli sarebbe stato concesso tale titolo.

  2. Ai tempi di Gesù, il celibato era una condizione assolutamente inusitata per un giovane ebreo di circa trent’anni

I critici razionalisti adducono il fatto che nei Vangeli non si accenni ad alcun matrimonio di Gesù come prova della non storicità di tali documenti.

 

Affrontiamo con ordine le varie argomentazioni.

 

Il titolo “Rabbì” in ebraico significa letteralmente “grande”, “mio grande”, ed è un titolo onorifico che veniva riservato ai dottori della Legge, ovvero agli scribi.

Gli scribi erano ebrei laici che dedicavano tutta la vita allo studio ed all’interpretazione della Legge. Essi non si preoccupavano solo di copiare i sacri testi e trasmetterli alle nuove generazioni, ma ne indagavano il significato e ne fornivano l’interpretazione.

Nel I secolo d.C. l’autorità degli scribi era enorme presso il popolo ebraico, in quanto essi insegnavano come maestri nelle scuole della Legge, predicavano nelle sinagoghe e si proponevano come guide morali per la gente comune.

Questo ruolo di insegnamento assunto dagli studiosi della Torah spiega l’identificazione tra il titolo “Rabbì” ed il significato di “maestro”, che abbiamo già incontrato in Gv:

 

Gesù le disse: “Maria!”. Essa allora voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: Maestro! (Gv 20, 16)

 

Per diventare dottore della Legge ed ambire al titolo di “Rabbì” la trafila era assai lunga. Ogni ebreo poteva diventare maestro della Legge, ma lo studio della Torah iniziava fin dall’infanzia, sotto la guida di qualche autorevole Rabbì, e si prolungava fino a circa quarant’anni. Solo dopo questa gavetta lo studioso era in grado a sua volta di insegnare a propri discepoli e diventava in tutti i sensi un “maestro”.

Ovviamente il dottore della Legge non si limitava a studiare e imparare a memoria i testi, ma era tenuto ad applicare alla sua vita le prescrizioni che da essi derivavano.

Una delle condizioni richieste per poter essere un maestro consisteva nell’aver contratto matrimonio, in quanto attraverso il matrimonio un uomo diventava veramente completo.

Esaminiamo ora il caso di Gesù.

Gesù non dovette godere di un’istruzione religiosa particolarmente approfondita, in quanto per buona parte della sua vita, fino a circa trent’anni, aiutò il padre nella sua bottega di carpentiere e, alla morte di questi, ne ereditò la professione.

Eppure in lui la conoscenza delle Scritture è innata, tanto che già a dodici anni lo troviamo nel Tempio mentre, sfuggito ai genitori, disserta con gli scribi.

 

Dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte (Lc 2, 46-47)

 

La sua sapienza non deriva da lunghi e approfonditi studi, e chi lo ascolta intuisce subito che non si tratta di erudizione, ma di conoscenza nel vero senso del termine.

 

Quando Gesù ebbe finito con questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi (Mt 7, 28-29)

 

Pertanto egli è un Maestro sui generis: è giovane (come dicevamo, ha circa trent’anni e non quaranta), conosce le Scritture senza aver frequentato scuole rabbiniche, insegna con il piglio di chi ha l’autorità per farlo, trasgredisce i precetti del sabato e delle purificazioni rituali e, soprattutto, compie prodigi.

 

Terminate queste parabole, Gesù partì di là e venuto nelle sua patria insegnava nella loro sinsgoga e la gente rimaneva stupita e diceva: “Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?” (Mt 13, 53-56)

 

Se ne può quindi dedurre che il titolo di “Maestro” e di “Rabbì” vengono assegnati a Gesù non tanto in base al suo cursus honorum e al suo rispetto degli obblighi religioso-legali ebraici, quanto per il semplice fatto che egli insegna una sua interpretazione della Legge ed è degno di deferenza in quanto insegnante autorevole ed operatore di miracoli.

A questo punto la contraddizione “insanabile” tra l’essere appellato “Rabbi” e il non essere sposato non appare poi così decisiva.

Se il Rabbì Gesù si permette di violare il riposo sabbatico, compiendo indebite giarigioni, e di rifiutare le purificazioni rituali (e quindi trasgredire due tra i precetti fondamentali del pio ebreo), allo stesso modo può permettersi di decidere di non prender moglie.

 

Altre prove per dimostrare che Gesù non era sposato le abbiamo esposte nel precedente paragrafo e le riproponiamo di seguito.

 

  • In nessun brano del Nuovo Testamento, né in nessun documento apocrifo, né negli scritti patristici, né negli scritti anti-cristiani di origine ebraica (Talmud) o pagana (Celso e compagnia bella), che pure non risparmiamo a Gesù gli insulti e le menzogne più infamanti, compare il minimo accenno ad una presunta moglie di Gesù o ad un suo matrimonio.

 

  • Nei momenti più importanti della vita di Gesù, quando ci si aspetterebbe la presenza di una moglie, essa non compare mai. Ci sono madre, parenti, discepoli e discepole, ma mai nessuna che possa essere identificata come sua moglie, visto che Maria Maddalena è stata esclusa in virtù delle considerazioni già illustrate.

E’ plausibile che eventuali riferimenti ad un matrimonio di Gesù siano stati volutamente ignorati dagli evangelisti o rimossi dai copisti per motivazioni teologiche?

Assolutamente no.

Ragioniamo per assurdo.

Se Gesù fosse stato sposato, gli evangelisti avrebbero avuto interesse a mettere in evidenza tale matrimonio, per dimostrare che Gesù agiva nel pieno rispetto della tradizione ebraica. Le problematiche teologiche sarebbero state risolte dichiarando che si trattava di un matrimonio solo formale, legalmente valido, ma mai davvero consumato. Un matrimonio “bianco”, insomma. Giusto lo stesso escamotage introdotto per giustificare la nascita miracolosa di Gesù per opera dello Spirito Santo da una coppia regolarmente sposata, come erano Giuseppe e Maria.

Ad avere il maggior interesse a descriverci un Gesù il più possibilie inquadrato nella tradizione e nelle usanze ebraiche sarebbero stati Mt, che scrive il suo Vangelo rivolgendosi a cristiani di origine giudaica, e Gv, che ci presenta un Gesù ligio partecipante alle festività ebraiche.

Invece nulla, né in Mt, né in Gv.

Se quindi gli evangelisti ci tramandano un Gesù non sposato, accettando questa anomalia rispetto ai costumi dell’epoca, significa che effettivamente Gesù non doveva essere sposato.

 

Veniamo adesso alla seconda questione: è proprio vero che ai tempi di Gesù il celibato maschile era qualcosa di assolutamente inverosimile?

Nient’affatto.

 

A partire dalla metà del II secolo a.C e fino al 70 d.C., in vari luoghi della Palestina, si sviluppò una associazione religiosa con regole assai simili a quelle dei monaci cristiani: gli Esseni.

Di essi ci parlano Flavio Giuseppe (Guerra giudaica, II, 119-161), Filone e Plinio.

Tra gli Esseni il celibato era la regola.

Alcuni Esseni potevano contrarre matrimonio sotto particolari condizioni, secondo quanto riferisce Flavio Giuseppe, ma questo fatto costituiva un’eccezione.

Plinio ci parla degli Esseni come di una  gens… in qua nemo nascitur (Natur.hist., V, 17)

Questa mancanza di figli è il motivo per cui gli Esseni accettavano anche fanciulli, come candidati ad un futuro noviziato.

 

Paolo di Tarso, che vive tra il 5/15 ed il 60/70 d.C., quindi è un contemporaneo di Gesù, è celibe e proclama che questo stato è preferibile al matrimonio:

 

Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere (1Cor 7, 8-9)

 

Giovanni il Battista, di cui Lc ci dice che:

 

Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele. (Lc 1, 80)

 

e di cui Mc ci descrive il durissimo stile di vita, tipico di un eremita:

 

Giovanni era vestito di peli di cammello, si cibava di locuste e miele selvatico (Mc 1, 6)

 

… non era sicuramente sposato, e doveva avere più o meno trent’anni quando iniziò la sua predicazione, dato che fu concepito sei mesi prima dell’Annunciazione a Maria.

 

“Vedi, anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile” (Lc 1, 36)

 

Nei Vangeli compaiono diversi indizi relativi alla possibilità di non sposarsi.

Leggiamo questo brano di Mt:

 

Rispose loro Gesù: “Per la durezza del vostro cuore Mosé vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commette adulterio”. Gli dissero i discepoli: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. (Mt 19, 8-10)

 

Se sposarsi fosse stato obbligatorio, i discepoli in questo frangente lo avrebbero fatto notare. Essi invece parlano di “convenienza” allo sposarsi o meno, quindi ammettono implicitamente che la possibilità del celibato esisteva.

 

Ma ancora più interessante è il passo che segue immediatamente dopo:

 

Egli rispose loro: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei Cieli. Chi può capire, capisca” (Mt 19, 11-12)

 

Gli eunuchi erano uomini che venivano castrati in tenera età per farne dei cantori o dei servi con speciali compiti. La loro caratteristica distintiva, oltre allo scarso sviluppo dei caratteri sessuali secondari, era l’impossibilità di procreare.

Qui Gesù cita tre categorie di eunuchi, intendendo con tale termine chi non può avere figli: i primi sono gli uomini che nascono sterili, i secondi sono quelli che vengono castrati, i terzi sono quelli che scelgono liberamente di non procreare perché sono proiettati anima e corpo verso il Regno dei Cieli.

Non credo sia affatto inverosimile che qui Gesù parli anche di sé stesso.

Egli si è fatto eunuco per il Regno dei Cieli, ovvero ha aderito al celibato perché la sua missione è di respiro ben maggiore che metter su famiglia.

Gli studiosi della scuola escatologista, i quali ritengono che Gesù fosse un profeta apocalittico, ovvero un uomo che credeva che la fine del mondo fosse imminente, affermano che Gesù non si sposò proprio perché si aspettava la venuta del Regno di Dio in terra da un momento all’altro.

Questo avrebbe sovvertito completamente i rapporti che legano gli esseri umani, compreso il matrimonio. Quindi sposarsi sarebbe stato semplicemente inutile: meglio prepararsi alla catastrofe facendo ammenda per i propri peccati.

Secondo me questi studiosi non hanno capito che i concetti di Regno dei Cieli e di fine del mondo nell’insegnamento di Gesù non coincidono.

Quando Gesù afferma che vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei Cieli, egli spiega che la continenza può anche essere dovuta ad una scelta di vita, quella di consacrare la propria esistenza a proclamare ed ottenere il Regno dei Cieli.

Se davvero Gesù sta parlando anche di sé stesso, egli sta dichiarando che il proprio celibato è dovuto alla sua missione di portare sulla terra il Regno dei Cieli, che qui non è affatto la fine del mondo, ma la possibilità di accedere alla vita eterna, resa possibile solo attraverso la sua passione e la sua morte, prima che gli uomini ne possano ricevere un’anticipazione con la contemplazione della sua Resurrezione gloriosa.

La manifestazione del Regno dei Cieli che Gesù preannuncia, infatti, non è altro che il Cristo risorto. Egli è il Figlio dell’Uomo che viene con potenza e gloria, la potenza e gloria di chi ha vinto la morte.

 

E con questo abbiamo anche spiegato come mai Gesù non abbia mai voluto sposarsi.

 

 

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