GIOBBE 2, 10

Adriano Stagnaro - rev.01 - 12 febbraio 2009 

 

“ Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?”

 

La frase citata è tratta dal Libro di Giobbe, capolavoro della letteratura sapienziale. Il Libro di Giobbe fu scritto intorno al V secolo a.C. da un autore ignoto che visse in Palestina ma che, probabilmente, soggiornò anche all’estero, specialmente in Egitto.

Durante tale epoca storica era opinione corrente, tra gli Israeliti, che Dio premiasse le opere buone e punisse gli atti malvagi durante la vita terrena dell’uomo. Il concetto di retribuzione ultraterrena e di sopravvivenza stessa dell’anima non erano stati ancora rivelati e si affermarono solo molto tempo dopo.

La Rivelazione divina attraverso le pagine ispirate della Scrittura fu, infatti, molto graduale e si concluse solo con il Nuovo Testamento.

Non esistevano ancora i concetti di Paradiso e Inferno, ovvero di Regno dei Cieli e di Geenna, ma si credeva in un indistinto sheol, assai simile all’Ade ellenistico, in cui le anime vagavano senza passioni né coscienza. Altre correnti, a cui si ispirarono i Sadducei, negavano anche la sopravvivenza dell’anima alla morte corporale.

Esaminata in sé, la frase di Giobbe sembrerebbe significare che l’uomo, essendo disposto ad accettare il bene procuratogli da Dio, per coerenza dovrebbe anche accettare il male mandatogli dallo stesso Dio. Questa interpretazione mostrerebbe un Dio che è autore diretto del bene e del male dell’uomo, con l’aggravante di fare una specie di bilanciamento di sventure e fortune a suo arbitrio.

Tale interpretazione non è corretta.

La frase va infatti inserita nel contesto letterario in cui è scritta.

Esaminiamo i seguenti passi del Libro di Giobbe:

 

Satana rispose al Signore e disse: “Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda sulla terra”. (Gb 1, 9-10)

 

Dio ristabilì Giobbe nello stato di prima, avendo egli pregato per i suoi amici; accrebbe anzi del doppio quanto Giobbe aveva posseduto. (Gb 42, 10)

 

Il Signore benedisse la nuova condizione di Giobbe più della prima ed egli possedette quattordicimila pecore e seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. Ebbe anche sette figli e tre figlie. (Gb 42, 12-13)

 

Non vi è alcun dubbio che l’autore delle fortune di Giobbe sia direttamente Dio, senza intermediari. Questo rapporto univoco tra Dio ed il bene degli uomini ricompare in tutto il libro.

Leggiamo ora cosa scrive l’autore ispirato quando parla delle sventure:

 

Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a satana: “Da dove vieni?”. Satana rispose al Signore: “Da un giro sulla terra, che ho percorsa”. Il Signore disse a satana: “Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male”. Satana rispose al Signore e disse: “Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui ed alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!”. Il Signore disse a satana: “Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stendere la mano su di lui”. (Gb 1, 6-12)

 

Quando un giorno i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore, anche satana andò in mezzo a loro a presentarsi al Signore. Il Signore disse a satana: “Da dove vieni?”. Satana rispose al Signore: “Da un giro sulla terra che ho percorsa”. Il Signore disse a satana: “Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male. Egli è ancor saldo nella sua integrità; tu mi hai spinto contro di lui, senza ragione, per rovinarlo”. Satana rispose al Signore: “Pelle per pelle; tutto quanto ha, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e toccalo nell’osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia!”. Il Signore disse a satana: “Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita”. (Gb 2, 1-6)

 

In questo caso Dio permette che il male colpisca Giobbe, ma non ne è l’autore. Non solo, egli pone limiti ben precisi all’azione del maligno, a tutela dell’uomo.

E’ satana che decide di colpire Giobbe e che agisce in tal senso. Il testo è chiarissimo:

 

Satana si allontanò dal Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. (Gb 2, 7)

 

A questo punto abbiamo gli strumenti per una corretta interpretazione di Gb 2, 10.

Riproponiamo il testo, allargandolo ai versetti adiacenti:

 

Satana si allontanò dal Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere. Allora sua moglie disse: “Rimani ancor fermo nella tua integrità? Benedici Dio e muori!”. Ma egli le rispose: “Come parlerebbe una stolta tu hai parlato! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?”. In tutto questo, Giobbe non peccò con le sue labbra. (Gb 2, 7-10)

 

Visto il male che colpisce Giobbe, la moglie lo provoca alla bestemmia, quasi stizzendosi dell’integrità (morale) che il malato mantiene di fronte a Dio, considerato responsabile della piaga maligna. Quel “Benedici Dio e muori!” è un invito a realizzare la previsione di satana: “vedrai come ti benedirà in faccia!”. Il termine benedizione è da intendersi in senso ironico, ovvero è un artifizio letterario per non associare la parola maledizione alla parola Dio, con il rischio di commettere sacrilegio.

Giobbe reagisce inveendo contro la moglie. Stolto, nell’Antico Testamento, non indica semplicemente lo stupido, lo sciocco, bensì colui che non teme Dio, laddove il timore di Dio è uno dei doveri fondamentali del pio ebreo, intendendo con esso non tanto l’aver paura del potere della divinità, quanto l’avere rispetto e fedeltà per il Supremo alleato del popolo di Israele.

Viste le considerazioni precedenti, onde conservare il nesso logico dell’intera narrazione, l’unico modo attendibile di interpretare Giobbe 2, 10 è ipotizzare che il senso della frase sia:

 

“Se da Dio accettiamo (che ci faccia) il bene, perché non dovremo accettare (che permetta) il male?”

 

L’invito di Giobbe è quindi un invito alla coerenza con cui l’uomo deve porsi dinanzi a Dio. Se con fiducia accettiamo il bene che Dio ci fa, con fiducia dobbiamo affrontare il male che egli permette ci venga fatto.

L’autore di Giobbe non va oltre a questo richiamo ad essere dignitosi nella buona e nella cattiva sorte. In tutto il libro Giobbe urla la sua innocenza ed il proprio dolore per una punizione di cui non comprende le ragioni. Alla domanda “Perché Dio permette il male?”, il Libro di Giobbe non risponde.

Si conclude con Dio che mostra la sua potenza e Giobbe che rinuncia a contendere, per l’incapacità anche solo di accostarsi ai disegni di Dio. Giobbe alla fine fa un atto di fede e si abbandona fiduciosamente al volere di Dio:

 

Allora Giobbe rispose al Signore e disse:

Comprendo che puoi tutto

e che nessuna cosa è impossibile per te.

Chi è colui che, senza aver scienza,

può oscurare il tuo consiglio?

Ho esposto dunque senza discernimento

cose troppo superiori a me, che io non comprendo.

“Ascoltami e io parlerò,

io t’interrogherò e tu istruiscimi”.

Io ti conoscevo per sentito dire,

ma ora i miei occhi ti vedono.

Perciò mi ricredo

e ne provo pentimento sopra polvere e cenere (Gb 42, 1-6)

 

La risposta definitiva alla domanda precedente ce la darà Gesù Cristo, con la sua passione, con la sua morte in croce e, soprattutto, con la sua resurrezione.

 

Apologetica cattolica

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