L’ISOLA
di
Adriano
Stagnaro “Thunder”

Quando
il vuoto di esistere viene colmato con il vuoto di non esistere più. Come
raccogliere il mare col colino.
Mi
nutro di sogni d’ife eduli, e mi basta.
Vivevo
in una capanna di muschio, ed era poca la luce che filtrava. Allevavo unicorni
per venderne il vello.
Nella
mia isola ero il Re. Ed ero l’unico suddito del Re.
Lame
di sole evaporavano l’arsura dei pascoli di granito consacrati a Giove. Mi
piacevano il calore della luce sulla fronte ed il fresco della rugiada sulla
schiena. Se c’erano lupi tacevano. Si pascevano d’erbe. Solo nei boschi,
talvolta, echeggiava lo strido dell’arpia.
Non
c’era febbre a levigare le mie mani, ma il paziente intaglio di un flauto di
sambuco.
Né
la luna era silenziosa. Gridava il suo splendore ogni notte. Ammutoliva le
stelle.
Le
brezza mi accarezzava le gote ed io vivevo di me e di loro.
Poi,
un giorno, il Tuono mi parlò.
Gettai
la tunica e il bastone.
Presi
le mie armi e partii.
Ritornerò
a Itaca?
Andrai
ritornerai non morirai in guerra. Che messaggio han portato i tuoi ossi? E le
interiora di quel povero cane? Col mio oro non comprerò la speranza, ma
l’illusione della speranza. Ma un altro Argo non lo sacrificherò più.
Preparati
dunque, o indovina. Preparati a leggere il futuro di un morto nelle tue
interiora.
Sono
stufo di fabbricare cavalli di legno, sono stufo. Quante altre città mi farete
espugnare?
Non
avete bisogno di me, anche i serpenti del mare sono vostri alleati. Uccisero
essi l’ultimo giusto.
Il
vecchio Re? Morto? Anche lui. E’ la seconda volta che muore, da quando gli
uccidemmo il figlio. E la profetessa? Sì, quella che non sbagliava mai. Schiava
o morta, insomma? Ma c’eri o non c’eri? Ah, c’eri. Sei stato tu. Non c’è
molto da vantarsi. Un vecchio e una donna. Nessuno le credette, tranne suo
fratello. Ma era già morto.
Tu
sei uno di loro. E chi sono questi altri? Sono tutti con te? Non ce la farete.
Vi raggiungeranno. E quando vi avranno raggiunti vi uccideranno tutti. Ci sarò
anch’io, con loro.
Posso
venire con voi? Vi prego, portatemi con voi! Le mie mani non si puliscono più.
Il sangue non viene più via.
Stupido
bestione, che puoi fare tu contro un pugno di pastori convertiti in guerrieri?
Domani
sarai tu la nostra cena. Cucineremo il tuo occhio.
Buono
il fiore del loto. Mangiarlo, berlo, fumarlo. E’ la stessa cosa. Come bere
l’acqua del Lete. L’unica cosa sono quei cazzo di centauri che cagano da
tutte le parti.
Perché,
Circe? Perché non posso restare? Non sarò mai più padrone della mia
giovinezza. Tanto vale restare qui ed esserne schiavo.
Ancora
una volta cacciato dai lidi sperati. Ancora una volta legato ad un palo a
resistere al richiamo del dolore. Anche se ancora esistesse l’isola, non
sarebbe più la stessa cosa.
Penelope
sposò un Procio prima di incontrarmi. Non la conobbi mai.
Ritornerò
ad Itaca.
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