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LA LEGGE DEL SAGGIO
Occhio di Talpa, pellerossa dal piede leggero e dall’alito greve, correva, nelle notti dei suoi giorni bui, gridando la sua disperazione al vento e al gelo delle foreste. Invocava Fratello Puma affinché venisse a porre fine al dolore, che come un dardo gli bruciava il petto e gli insanguinava le lacrime. Stelle di idrogeno gassoso lontane anni luce lo osservavano, mute e impassibili. Di Occhio di Talpa non gliene fregava nulla, ma proprio nulla. Era troppo distante quel bruscolino di materia organica che si agitava freneticamente, solo perché incapace di controllare le reazioni chimiche all’interno della sua struttura proteo-lipidica. Che avrebbero dovuto dire loro, impegnate da eoni ad annichilire esplosioni neutroniche più potenti dell’Inferno, per non essere costrette a suicidarsi in supernovae? Pregava, Occhio di Talpa, l’astro lunare, lucente come una frittata di mais. Ma esso fuggiva, fuggiva, lentamente, verso l’alba. Allora comparve l’Uccello di Tuono, il sacro corvo, messaggero di Manitù. Melodicamente, gracchiò il suo comando: “Piantala di fare baccano, imbecille, non lo vedi che è notte?!” e poi: “Fiondati dal Saggio della Montagna, colui che ha speso la vita intera a meditare per carpire agli dei il Grande Segreto che ti affligge. Va’ da lui, ho detto”. Occhio di Talpa si fece la barba e partì. Per mesi e mesi cercò la Montagna dove viveva il Saggio, cibandosi solo di muschio e scorza di betulla, finché vomitò segatura. Ma alla fine lo trovò. Non tacere, va’ avanti! Concludi il tuo racconto: seppe mai Occhio di Talpa quale duolo l’affliggeva? Conosceva il Saggio il Grande Segreto che governa il mondo? Alla fine lo trovò, in fondo alla gola di una caverna profonda come l’Abisso. E gli parlò: “O grande Saggio, che scruti i misteri dell’universo e sorvoli i pensieri di Manitù con le ali della tua mente, tanta strada ho fatto per trovarti. Dimmi, ti prego, perché soffro così, perché?” Il Saggio non rispose. “O grande Saggio, che comprendi il sussurro degli alberi, il tonfo secco delle pigne mature e le chiacchiere allegre degli uccelli, parlami, ti prego. Perché soffro così, perché?” Il Saggio non rispose. “O grande Saggio, che anni di solitudine e di meditazione hanno rimbambito fino al mutismo e alla demenza senile, ho i piedi gonfi di punture di ortiche e lo stomaco pieno di trucioli. Il mio tomahawk anela a spaccarti la testa per vedere se davvero il cervello in pappa ti è colato giù dalle orecchie. Dimmi dunque, perché soffro così, perché?” Allora il Saggio della Montagna afferrò il suo nodoso bastone e, appoggiandosi alla parete della caverna, si rizzò faticosamente in piedi. Tossì catarrosamente, creò un’atmosfera di mistero e di attesa e parlò. Va’ oltre, non fermarti proprio adesso, ti prego. Quale fu la sua arcana risposta? Solo una frase disse, solo una. Per poi tacere per sempre. Che disse, ti prego, che disse dall’alto della sua vetusta sapienza? Dall’alto della sua vetusta sapienza disse: “Perché sei un coglionazzo”.
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