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GLI
STORICI CONTEMPORANEI DI GESU' HANNO SCRITTO DI LUI?
Adriano Stagnaro - rev.01 - 15 agosto 2010
Nessuno storico degno di questo nome, oggi, si azzarderebbe a negare l’esistenza di Gesù di Nazareth. Dai tempi di Strauss, Bauer e Loisy, la conoscenza dei testi e le scoperte archeologiche hanno fatto passi da gigante, spazzando via con la forza dell’evidenza tutti i castelli di carte elaborati dagli studiosi della corrente “mitologica” per dimostrare che Gesù Cristo altro non fu che un’invenzione dei suoi discepoli (ipotesi già di per sé abbastanza stravagante). Alcune sacche di negazionisti continuano a resistere, avvalendosi dell’impunità intellettuale garantita da internet verso chi propugna qualunque genere di corbelleria. Si tratta di dilettanti autodidatti, aderenti all’anticlericalismo più ideologico, che si caratterizzano per un uso assolutamente scorretto e distorsivo delle fonti, confidando nell’ignoranza dei lettori. Capiterà pertanto di leggere, in una o più versioni derivate, domande retoriche come quella che segue: “Ma se davvero Gesù è un personaggio storico, come mai di lui non fanno alcun cenno storici ebraici contemporanei, come Filone di Alessandria, Giusto di Tiberiade e Giuseppe Flavio, né storici latini come Tacito, Svetonio, Plutarco, Seneca, Marziale, Cassio Dione, Plinio il Vecchio, Plinio il Giovane?” Già qui casca l’asino, perché, solo tra i nomi citati, Giuseppe Flavio, Tacito, Svetonio e Plinio il Giovane parlano di Cristo e dei cristiani. I negazionisti hanno già pronta la loro bella giustificazione: “i passi in cui si parla di Gesù non sono originali, ma sono stati aggiunti da copisti cristiani”. A che pro? Confermare la storicità di un personaggio messa in dubbio per la prima volta 1700 anni dopo la redazione di quei testi? L’interpolazione e la manomissione dei testi devono essere dimostrate in maniera scientifica, con riferimento a fonti discordanti o allo stile interno dell’opera. Non basta dichiarare falso un testo solo perché contrasta con la propria tesi. Anzi, di solito accade il contrario: le tesi vengono confermate o smentite proprio in base al contenuto dei testi ritenuti attendibili. Facciamo ora un passo in avanti e ipotizziamo, per assurdo, che nessuno degli storici non cristiani contemporanei a Gesù abbia mai fatto riferimento a lui. Cosa ci sarebbe di così strano? Non bisogna dimenticare che, almeno fino al 313 d.C., il cristianesimo non fu che una delle innumerevoli religioni minoritarie in un vastissimo territorio sotto il controllo romano, a cui non aderiva più del 5-10% della popolazione, per lo più concentrata nelle aree urbane. Per i suoi contemporanei, con la sola eccezione di qualche centinaio di persone che lo videro all’opera, Gesù di Nazareth non fu altro che un predicatore itinerante in una regione remota e marginale dell’Impero, fondatore di una setta eretica dell’ebraismo, condannato a morte dal governatore romano dell’epoca. Ed è esattamente in questi termini che ne parlano sia Tacito, sia Flavio Giuseppe. Uno dei mille sobillatori politici finiti male, un personaggio insignificante per la Storia, se non fosse stato per i suoi discepoli che, anziché disperdersi, continuavano ad aumentare di numero. Perché i tizi citati in precedenza avrebbero dovuto occuparsi di lui? Prendiamo Filone di Alessandria, vissuto tra il 20 a.C. ed il 50 d.C. Come suggerisce il suo appellativo, Filone nacque, visse e morì ad Alessandria d’Egitto, ovvero a più di 500 km da Gerusalemme. Era un filosofo giudeo che cercava una sintesi tra il neoplatonismo e la tradizione ebraica della Torah. Non era minimamente interessato alla storia a lui contemporanea, ma solo alle epopee dei grandi personaggi biblici. Come avrebbe potuto fregargliene qualcosa di un carpentiere finito crocifisso per essersi proclamato Figlio di Dio – un pazzo, senza dubbio - ? Si obietta che, come Filone parlò “diffusamente” di Pilato, avrebbe potuto fare altrettanto di Gesù. Anche questa affermazione è falsa: Filone dedicò a Ponzio Pilato giusto un paio di cenni, in De legatione ad Gaium XXXVIII, 299-303, mettendone in evidenza la violenza, la ferocia ed il disprezzo che nutriva per gli ebrei, allo scopo di esemplificare l’atteggiamento ostile dei governatori romani verso i Giudei. Se anche fosse stato a conoscenza del processo a Gesù di Nazareth (cosa ancora tutta da dimostrare), non l’avrebbe certo citato in questo frangente, trattandosi di un caso più unico che raro in cui Pilato non fu affatto propenso a condannare a morte un ebreo innocente. Vogliamo parlare di Giusto di Tiberiade, uno che, secondo i neo-mitologi, “avrebbe dovuto sbattere nella tunica di Gesù, essendo vissuto negli stessi tempi e negli stessi luoghi”? Intanto,
da S.Girolamo, apprendiamo che: E’ noto che Giusto fu contemporaneo di Giuseppe (Gli uomini illustri, cap. XIV) Quindi Giusto non fu contemporaneo di Gesù, ma visse dopo la sua morte, come Giuseppe Flavio. Clara Klaus Reggiani ci fornisce le seguenti informazioni su Giusto di Tiberiade (Storia della letteratura giudaico-ellenistica, Mimesis Edizioni, 2008; pag. 156): “Fu certo, dopo Giuseppe, lo storico più importante del giudaismo ellenistico. Le notizie sulla sua vita si desumono dall’Autobiografia di Giuseppe (Vita, capp. 9-12, 17, 35, 37, 54, 69, 70, 74), ma sono notizie tendenziose per evidenti motivi di rivalità. Giusto ebbe un ruolo importante all’inizio della sollevazione ebraica a Tiberiade in Galilea. La sua effettiva posizione nei confronti dei romani appare molto dubbia: da un lato lo stesso Giuseppe lascia trapelare che egli avesse una certa propensione per loro, dall’altro il fatto che prima dello scoppio della guerra vera e propria Giusto si rifugiasse presso il re Agrippa II (nominato re dai romani e loro fautore) ha indotto a pensare che egli fosse in qualche modo un suo agente. Condannato a morte da Vespasiano, fu consegnato ad Agrippa che non solo lo lasciò libero, ma gli affidò in un secondo tempo un incarico di fiducia; se non che Giusto tradì la sua fiducia e subì di conseguenza l’esilio. Visse certo fino all’inizio del II sec. d.C., perché la sua Cronaca arrivava fino al 100 d.C., anno della morte di Agrippa II e terzo anno dell’impero di Traiano. Delle sue opere non rimane nulla: se ne conoscono i titoli da citazioni in opere più tarde. Esse erano: una Storia della guerra giudaica, contro cui si appunta la polemica di Giuseppe nella Vita (citata da Eusebio, HE III 10, e da Girolamo, De vir.ill. 14), la cui perdita compromette la possibilità di una conoscenza più obiettiva della vicenda storica in questione, essendo Giusto informato della situazione di ambedue le parti in contesa e certo più libero da pregiudizi e condizionamenti di quanto non lo fosse Giuseppe; una Cronaca dei re giudei da Mosè ad Agrippa II, il cui contenuto è brevemente riferito da Fozio (cod. 33) e che servì di fonte, tra gli altri, allo stesso Eusebio. Secondo Diogene Laerzio (II 41) si trattava di una cronaca universale, non quindi limitata ai soli re di Giudea. Inoltre alcuni Brevi commenti alle Sacre Scritture la cui attribuzione è dubbia, non essendovi di essi altra notizia all’infuori di un accenno di Girolamo, nel passo sopra citato”. Ricapitolando,
secondo i neo-mitologi, una prova della non-storicità di Gesù Cristo sarebbe
la seguente frase del teologo Fozio da Costantinopoli (820-891 d.C.), a commento
della Cronaca di Giusto di Tiberiade, opera andata completamente perduta: Lo stile di Giusto è molto conciso, ed egli omette molte cose della massima importanza. Essendo afflitto dal comune difetto degli Ebrei, alla cui stirpe apparteneva, non menziona mai la venuta di Cristo, gli eventi della sua vita, i miracoli compiuti da Lui (Photius, Bibliotheca, cod. 33). Che
razza di prova è, se Fozio stesso suggerisce che l’omissione è volontaria e
giustificata dall’ostilità degli ebrei ortodossi come Giusto verso il
cristianesimo nascente? Passiamo a Giuseppe Flavio, il più importante storico ebraico del I secolo. Se effettivamente nelle sue opere non vi fosse menzione alcuna di Gesù, la faccenda sarebbe sospetta. Fortunatamente Giuseppe cita Gesù Cristo in ben due occasioni. Il primo brano (Ant.giud. XVIII, 63-64) è così famoso da avere un nome proprio: Testimonium flavianum. Nonostante la presenza di interpolazioni evidenti di mano cristiana, la maggioranza assoluta degli studiosi ritiene il passo autentico, grazie anche alla scoperta, nel 1971, di una versione in arabo priva delle aggiunte sospette. Il secondo brano (Ant.giud. XX, 200), per il suo contenuto, non può essere l’opera di un copista medioevale. Ne riparleremo in seguito. Per gli autori latini valgono più o meno le medesime considerazioni, con alcune specifiche:
Studiosi come Meier ed Harris hanno individuato diversi motivi per i quali i contemporanei non cristiani hanno scritto poco su Gesù di Nazaret (confronta: J.P. Meier, A Marginal Jew: Rethinking the Historical Jesus, Doubleday, 1991 e M. Harris, 3 Crucial Questions About Jesus, Baker, 1994). 1.
La sua figura non era considerata storicamente significativa dagli
storici del suo tempo, in quanto egli non si rivolse mai al Senato Romano, non
scrisse grandi opere filosofiche o letterarie, non si recò mai al di fuori
della Palestina, non fu mai membro di alcun gruppo politico, né ebbe ruoli
determinanti in eventi bellici. Il successo di Gesù fu posteriore alla sua
morte. Harris precisa: "difficilmente ci si potrebbe aspettare dagli
scrittori Romani che essi potessero prevedere la conseguente influenza del
Cristianesimo sull'Impero Romano e documentarne pertanto accuratamente"
le origini. 2.
Gesù fu giustiziato con la crocifissione, come un criminale. Questa
condanna era considerata particolarmente infamante sia per i Giudei, che
ritenevano l’appeso una maledizione di Dio, sia per i Romani, che la
riservavano agli schiavi e ai ribelli. I suoi seguaci non mossero un dito per
salvarlo dal patibolo e la storia romana lo incluse tra le migliaia di criminali
sconosciuti che venivano continuamente crocifissi. 3.
Gesù predicò principalmente nei villaggi della Galilea e della Giudea,
evitando i grandi centri urbani, fatta eccezione per Gerusalemme. Che
atteggiamento avrebbero gli storici verso qualcuno che predicasse solo nelle
periferie di qualche città? 4.
Gli insegnamenti di Gesù furono ostili con le autorità religiose e
morali dell'epoca, sia laiche (i farisei), sia clericali (i sommi sacerdoti), le
quali ebbero ogni interesse a cancellarne persino la memoria. Una considerazione a parte sulla scarsità di documenti non cristiani risalenti al primo secolo dopo Cristo e relativi proprio alla figura di Gesù di Nazaret è stata portata da Blaiklock (E.M. Blaiklock, Jesus Christ: Man or Myth?, Thomas Nelson Publishers, 1984). Questo autore ha catalogato gli scritti non cristiani dell'impero romano giunti fino a noi che non menzionano Gesù (escluse le opere di Filone di Alessandria), scoprendo che si tratta di una quantità di documenti veramente irrisoria nel suo complesso. Essi sono:
Questi dati confermano l'affermazione di Meier, secondo il quale la conoscenza della stragrande maggioranza delle persone dell'antichità "semplicemente non è accessibile a noi oggi tramite la ricerca storica e non lo sarà mai" (Meier, A Marginal Jew: Rethinking the Historical Jesus, Doubleday, 1991; pag. 23) e tutto quello che sappiamo della maggior parte delle personalità dell'antichità come individui, come nel caso di Alessandro Magno, potrebbe essere raccolto su una manciata di fogli. I negazionisti che si lamentano per la scarsità di notizie sul Gesù storico da parte delle fonti pagane sono in errore: a confronto della maggior parte delle personalità del mondo antico, su Gesù sappiamo molto ed abbiamo una considerevole quantità di informazioni anche dalle fonti storiche non cristiane. Lo studioso Gary Habermas, nel suo The Verdict of History, Thomas Nelson Publishers, p. 169, ha citato 39 antichi manoscritti non biblici, 17 dei quali non cristiani, che confermano il Nuovo Testamento con oltre 100 dettagli sulla vita, la morte e la resurrezione di Gesù. Tra le fonti non cristiane, fanno riferimento diretto a Gesù di Nazaret o ai primi cristiani un gran numero di autori: - Giuseppe Flavio - Cornelio Tacito - Plinio il giovane - Svetonio - Adriano imperatore - Epitteto - Frontone - Marco Aurelio - Luciano di Samosata - Claudio Galeno - Celso - Thallos - Mara bar Serapion - Tiberio - Petronio - Testimonianze rabbiniche Tra le fonti cristiane, abbiamo tutti gli scritti canonici del Nuovo Testamento, oltre ad una serie innumerevole di vangeli e scritti apocrifi ed eretici a partire dal secondo secolo d.C. Non è male, se si pensa che, per uno dei potenti del tempo, contemporaneo di Gesù, il quale, bene o male, governò la Galilea e la Perea per la bellezza di 43 anni, dal 4 a.C. al 39 d.C., ovvero Erode Antipa, le uniche fonti documentali disponibili sono due opere di Giuseppe Flavio (Guerra giudaica e Antichità giudaiche), i tre vangeli sinottici e gli Atti degli apostoli. |
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