VISIONI

di

Adriano Stagnaro “Thunder”

 

 

Calò dall’alto di un monte affilato come una lama di coltello, con le ali spiegate e gli artigli tesi a strapparmi il cuore. Ma io ignorai l’antico vampiro.

Non mi faceva più paura, da quando avevo scoperto che lo specchio non mi rifletteva più.

Solo il Leviatano poteva farmi del male, ma solo se l’avessi lasciato entrare dalla porta.

Lo feci, incauto, senza accorgermene. Mi tolsi la corazza e lo lasciai passare. Era mascherato bene, non mi ero accorto che fosse lui.

Appena fu dentro, riprese le sue forme, e subito tuffò il suo muso nel mio petto, per dilaniarmi con i suoi denti neri.

Quando mi svegliai stavo uccidendo un uomo. Aveva gli occhi da innocente.

“Perché mi fai questo? Perché?”

Non ottenne risposta. Lo scannai con la mia corta spada, e mi divertii a vederlo coprirsi di sangue.

Con che coraggio avrei potuto dirgli che moriva perché questo era l’unico modo per uccidere me stesso senza fargli del male? La vera condanna era vivere, non morire. Vivere con il Leviatano dentro l’anima.

Solo se avessi ucciso, esso sarebbe rimasto dentro di me, per tormentarmi fino alla pazzia. Volevo che fosse in me, ormai, ma solo per poter sapere dove fosse, perché ero stanco di consumarmi nella paura, aspettandolo.

Era sera, e mi sedetti ad un tavolino tondo. Era d’ebano, e su di esso stavano quattro carte coperte.

La Morte si sedette dall’altra parte e mi disse: “Gioca”.

Le risposi: “Perché? Che si vince?”

E lei: “Nulla, si può solo perdere”.

“Tutti e due?”

“Sì”.

“E allora che gioco a fare?”

“Giochi per avere la certezza di perdere. Non è poco. E’ difficile trovare qualcosa di certo, a questo mondo”.

Scoprii la mia carta: era un re. La Morte scoprì la sua: era un due.

“Hai vinto”, mi disse, e disparve.

Allora piansi, perché non mi era stata concessa neanche la certezza di perdere.

L’universo era in collera con me, ed anche il mio gatto non si faceva accarezzare. Si era nascosto, e miagolava. Lo cercai con calma, temendo il peggio. Quando lo trovai si era già tramutato in serpente, ed un corteo di topi vi ballava attorno.

“Vedi quanto sono stupidi?”, mi disse, “Sono contenti perché non vedono più il gatto. Non pensano che ora potrò inseguirli fin dentro le loro tane. Sarà la fine per tutti”

“Come vuoi”, risposi, “ma io non ti voglio più a dormire ai piedi del mio letto. Mi fai paura, sei cambiato”.

“Anche tu sei cambiato, se è per questo. E mi fai paura. Perché tu da me sai cosa aspettarti, ma io non so cosa aspettarmi da te”.

Ero proprio cambiato, lo sentivo adesso per la prima volta. Ero arrabbiato, non triste.

“Perché proprio adesso, maledizione?! Ora non riuscirò a dormire, finché non saprò cosa sono diventato”.

Uscii fuori, ed ero in un altro posto. Nel centro della piazza un mago stava invocando la luna.

“Perché sprechi le tue preghiere? La luna è di pietra, stanotte. E’ solo un sasso sospeso nel buio. Brilla di luce riflessa e le piace essere così: la luna è vigliacca”.

“E’ vero”, rispose, “La luna è solo polvere. Ma non ho altri da pregare. Almeno un po’ di luce la riflette. L’alba è ancora troppo lontana”.

“Fai un fuoco, allora, e invoca il Leviatano. A lui piacciono le fiamme, perché gli ricordano il dolore”.

Smisi di parlare, perché quest’ultimo pensiero non l’avevo espresso io: il Leviatano voleva la morte del mago per restare in me. Voleva che gettassi il mago nel fuoco. Lo volevo anch’io, speravo che almeno così si acquietasse un poco. Ma il mago era l’unico a cui potessi chiedere chi o che cosa fossi adesso.

“Come faccio a saperlo”, mi disse, “se non so nemmeno chi sono io?”

“Ma tu sei un mago”

“Senza la luce non sono nessuno. Alla luce potrei essere almeno un mendicante, ma senza non lo so. Non lo so io, non lo sai tu, non lo sa nessuno”.

“Non mi resta da fare altro che ucciderti, allora. Altrimenti il Leviatano passerà in te e sarai tu che mi ucciderai”.

“Aspetta. Ora so chi sei. Sei un assassino”.

Lasciai cadere la spada. Era vero! Ero diventato un assassino. Ma quando? E per quanto tempo lo sarei rimasto?

Tornai in casa, non volevo pensarci.

Aprii la porta con un calcio e vidi un corridoio lunghissimo, in fondo al quale c’era uno specchio. Iniziai a camminare, senza toccare le porte a destra e a sinistra. Temevo che mi avrebbero risucchiato. Poi sentii dei passi dietro di me. Non ebbi paura a voltarmi: ormai ero un assassino. Erano gli altri che dovevano aver paura di me, non io di loro.

Era il mago: avanzava deciso, impugnando la mia spada.

“Che vuoi, non hai paura che ti uccida? L’hai detto proprio tu: sono un assassino”.

Rise malignamente e rispose: “Ora non più”.

In un baleno realizzai: dentro di me non sentivo più dolore. Maledizione, lo avevo fatto di nuovo, mi ero ancora distratto! Avevo risparmiato il mago ed il Leviatano era fuggito da me per entrare in lui. Ora era lui l’assassino.

Affannosamente tentai di aprire le cento porte, ma erano tutte chiuse a chiave ed il mago si avvicinava. Era finita, ma dovevo sapere. Recuperai le forze e corsi verso lo specchio.

Quando vi fui davanti mi fermai e mi vidi in esso.

Feci appena in tempo a sentirmi felice che la lama mi trapassò.

Caddi disteso ed il mago si divertì a vedermi coperto di sangue.

Io risi: lo specchio non lo rifletteva più.

   

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