GIUSEPPE, IL CARPENTIERE

Adriano Stagnaro - rev.01 - 25 gennaio 2010 

 

La tradizione cristiana ci ha tramandato l’immagine di Giuseppe come quella di un umile falegname, la cui bottega si trovava a Nazaret. Gesù avrebbe intrapreso lo stesso mestiere paterno, probabilmente dapprima affiancando Giuseppe nel laboratorio artigiano, poi subentrandogli, alla sua morte.

La traduzione CEI della sacra Bibbia (editio princeps del 1971), definisce il mestiere di entrambi come “carpentiere”, ovvero lavoratore specializzato nella realizzazione di strutture portanti in legno.

 

Terminate queste parabole, Gesù partì di là e venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: “Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?” (Mt 13, 53-56)

 

Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. E si scandalizzavano di lui. (Mc 6, 2-3)

 

C.P.Thiede ed altri studiosi hanno evidenziato che, ai tempi di Gesù, nei dintorni di Nazareth il legno era praticamente assente e che le case dei duecento abitanti erano costruite in pietra, se non addirittura ricavate dall’adattamento di grotte pre-esistenti.

Ritengono quindi assai improbabile che Giuseppe e, in seguito, Gesù abbiano potuto guadagnarsi da vivere svolgendo il mestiere di falegname o carpentiere a Nazareth (C.P.Thiede, Sulle tracce di Gesù di Nazareth,  in “30 Giorni”, anno XI, settembre 1993, p. 66-71.).

 

Esistono numerose spiegazioni a questa apparente incongruenza.

Il testo originale greco di Mt e Mc, per designare il mestiere di Giuseppe e di Gesù, utilizza le parole equivalenti τέκτονος (Mt) e τέκτων (Mc).

Il termine greco tekton è ampiamente polisemico, potendo indicare il mestiere di carpentiere, falegname, artigiano del legno, muratore o tagliatore di pietre (R.Fabris, Gesù di Nazareth. Storia e interpretazione. Assisi, Cittadella, 1983; pgg. 93-94).

Secondo C.P.Thiede, che si riferisce agli studi condotti dal professore svizzero Walter Bühlmann e dal professore tedesco Benedikt Schwank, la traduzione corretta è “costruttore”. Thiede intende tale termine nel senso di muratore o, al massimo, manovale.

Altri autori interpretano la traduzione “costruttore” nel significato di capomastro, ipotizzando l’esistenza di una piccola impresa edilizia, forse con apprendisti e garzoni.

Secondo questi studiosi il principale luogo di lavoro di Giuseppe (e Gesù) non era Nazareth, bensì la città di Sepphoris ( = Zippori), distante circa 6 km e quindi raggiungibile agevolmente a piedi o a dorso d’asino.

Sepphoris era stata completamente distrutta dai Romani, guidati da Publio Quintilio Varo, in seguito alla rivolta ebraica avvenuta alla morte di Erode il Grande, dopo il 4 a.C.

Terminate le ostilità, la città fu ricostruita.

Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, nominato tetrarca della Galilea nel 1 d.C., ne cambiò il nome in Autocratis, definendola “ornamento della Galilea”, e facendone la capitale del suo Stato.

In un periodo storico immediatamente successivo al trasferimento definitivo di Giuseppe a Nazareth, quindi, a poca distanza dal luogo di residenza, Sepphoris, in piena ricostruzione ed espansione, offriva grandi opportunità di lavoro a lunga scadenza ai lavoratori esperti nell’arte delle costruzioni.

 

Che mestiere svolgeva dunque Giuseppe? Era un piccolo impresario edile, oppure un manovale salariato ad ore?

I Vangeli ci offrono parecchi indizi che Giuseppe non fosse ricco, ma nemmeno povero.

Per esempio, sappiamo che poteva permettersi di compiere tutti gli anni il pellegrinaggio pasquale a Gerusalemme, portando con sé anche la moglie, e fermandosi colà per tutta la durata della festa.

Sappiamo che potè permettersi di sposare una ragazza di buona famiglia come Maria di Nazareth, imparentata con una discendente di Aronne e, probabilmente, appartenente al casato di David lei stessa.

Del resto sappiamo anche che, per la purificazione di Maria dopo il parto, non aveva i mezzi per offrire in sacrificio un agnello di un anno, e dovette ripiegare su una coppia di tortore o di colombe, secondo la prescrizione di Lv 12, 8.

Se ne può dedurre che Giuseppe non fosse né un impresario, né un semplice manovale. L’ipotesi più realistica è che fosse un artigiano di villaggio, in grado di risolvere ogni problema pratico, ma particolarmente esperto nel campo delle costruzioni e della lavorazione del legno. Aveva probabilmente una bottega a Nazareth, ma gran parte della sua attività lavorativa veniva svolta a Sepphoris, come operaio edile specializzato (per usare una definizione moderna) nei numerosi cantieri aperti.

Sempre a Sepphoris, importante centro commerciale, avrebbe potuto procurarsi il legno necessario per la costruzione di arnesi da lavoro o piccole suppellettili, da rivendere ai compaesani. Questa duplice attività gli avrebbe permesso di godere di un certo benessere economico, fonte di prestigio nel villaggio.

Si noti l’espressione utilizzata da Mt per indicare Gesù:

 

Non è egli forse il figlio del carpentiere? (Mt 13, 55)

 

La frase può essere espressa in questi termini solo se a Nazareth fosse esistito un solo tekton, identificabile immediatamente dagli uditori con Giuseppe stesso.

E’ improbabile che nessuno degli altri Nazareni sia mai stato impiegato a Sepphoris come manovale, dato che quella offerta dai cantieri nella capitale era una delle poche occasioni di lavoro presenti, fatta eccezione per quel poco di attività agricola e pastorale praticata più che altro per sussistenza e testimoniata dai ritrovamenti archeologici (cfr. B.Bagatti: Gli scavi di Nazaret I, dalle origini al secolo XII, OFM Press, Gerusalemme, 1967).

Se ne deduce che con il termine tekton gli evangelisti intendessero indicare una figura professionale più qualificata, un artigiano specializzato, più che un semplice uomo di fatica.

Alla piccola impresa artigianale a carattere familiare si sarebbe aggiunto in seguito Gesù, la cui formazione professionale sarebbe stata curata dallo stesso Giuseppe, in vista di una futura eredità della bottega.

Anche Gesù, assieme al padre putativo o sulle orme dello stesso, avrebbe lavorato nei cantieri di Sepphoris, e là avrebbe appreso il greco koiné (la lingua franca internazionale dell’intero Oriente) e fatto esperienza di ambienti e tipi umani, utilizzati nel suo successivo insegnamento, come grandi proprietari terrieri, banchieri, commercianti, che, senza mettere il naso fuori del piccolo borgo di Nazareth, gli sarebbero rimasti completamente sconosciuti.

 

Un’ultima annotazione.

Secondo alcuni studiosi, il mestiere di carpentiere, attribuito a Gesù da Mc 6, 3, sarebbe stato successivamente riferito da Mt 13,55 al padre Giuseppe, in quanto le prime comunità cristiane, in cui avvenne la redazione dei Vangeli, avrebbero ritenuto indecoroso per il Figlio di Dio svolgere un mestiere tanto umile.

Questa considerazione è sbagliata perché non tiene conto del contesto storico-culturale in cui furono scritti i Vangeli.

Non ci troviamo in ambiente greco-romano, in cui il lavoro manuale era considerato un’attività degna solo degli schiavi, ma in ambiente essenzialmente giudaico. Per gli Ebrei il lavoro manuale era abituale, ed era comune anche tra i rabbini che dedicavano la loro vita allo studio della Legge. Coltivare l’erudizione e, al contempo, praticare un mestiere, era considerata una cosa normalissima.

Il famoso rabbino Hillel guadagnava, lavorando, solo mezzo denaro al giorno, Rabbi Aqiba faceva lo spaccalegna, Rabbi Joshua era carbonaio, Rabbi Meir era scrivano, Rabbi Johanan era calzolaio (Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, 1941, par. 167).

Lo stesso Paolo si guadagnava da vivere fabbricando tende, ed è celebre la sua disposizione nei riguardi dei fannulloni annidati tra i cristiani di Salonicco: “Chi non vuol lavorare neppure mangi”(2 Ts 3, 10).

A ciò si aggiunga il fatto che David, prima di essere unto re da Samuele, svolgeva uno dei mestieri più esecrati dagli ebrei, facendo il pastore a Betlemme (1 Sam 17, 15).

Queste considerazioni fanno cadere la pregiudiziale di eccessiva umiltà del lavoro di carpentiere, visto anche che non si trattava affatto di un mestiere così disprezzabile.

Resta quindi il significato letterale dei due passi, che è anche il più logico: Giuseppe faceva il carpentiere e Gesù ne ereditò bottega e professione.

 

 

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