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LA STRAGE DEGLI INNOCENTIAdriano Stagnaro - rev.01 - 23 gennaio 2011
La cosiddetta "strage degli innocenti" indica l'eccidio dei bambini di Betlemme di età inferiore ai due anni, ordinato da Erode il grande allo scopo di uccidere il futuro re dei Giudei. L'episodio è riferito solamente dal Vangelo secondo Matteo: [1]Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: [2]«Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». [3]All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. [4]Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. [5]Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: [6]E
tu, Betlemme, terra di Giuda, non
sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da
te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele. [7]Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella [8]e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo». [9]Udite le parole del re, essi partirono. (...) [12]Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese. [13]Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo». [14]Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, [15]dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall'Egitto
ho chiamato il mio figlio. [16]Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s'infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi. [17]Allora si adempì quel che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: [18]Un
grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più. (Matteo 2, 1-9 e 12-18) Secondo gli studiosi storico-razionalisti, l'episodio della strage degli innocenti non è mai avvenuto, ma è stato inventato da Matteo allo scopo di fare avverare due profezie messianiche dell'Antico Testamento e creare un parallelo tra la vita di Gesù e quella di altri personaggi famosi dell'antichità, che rischiarono di essere uccisi da fanciulli (come Mosé, salvato dalle acque). La prova principale che essi portano a sostegno di questa tesi è che, nelle cronache degli studiosi del tempo, non vi è alcun riferimento a nessuna strage di bambini ordinata da Erode. L'unico storico antico che si occupò del periodo erodiano in Palestina, i cui scritti sono pervenuti sino a noi, è Giuseppe Flavio. Quindi l'unica prova contro la storicità della strage degli innocenti è data dal fatto che Giuseppe Flavio non ne parla né in Guerra giudaica, né in Antichità giudaiche. Per quanto dia prova di essere uno studioso scrupoloso e accurato, Giuseppe Flavio non riporta tutti gli eventi verificatisi nel periodo storico che le sue opere prendono in considerazione. Per esempio, ignora completamente un massacro di Galilei ordinato da Ponzio Pilato e ricordato da Luca 13,1-3. Similmente è possibile che, nell'arco di un regno lungo come fu quello di Erode il grande, Giuseppe abbia tralasciato volontariamente o non sia mai giunto a conoscenza di alcuni episodi minori, come appunto quello avvenuto a Betlemme. Noi sappiamo che Giuseppe Flavio trasse gran parte delle notizie che riporta su Erode il grande dagli scritti perduti del consigliere del re, Nicola di Damasco. Conosceva inoltre l'esistenza di una autobiografia di Erode, anche se non si sa se abbia mai potuto consultarla (Ant.giud., XV, 174). In entrambi i casi è difficile che Nicola o lo stesso Erode abbiano lasciato traccia della strage degli innocenti, non tanto per l'efferatezza del delitto, dato che, all'epoca, i bambini erano sul fondo della scala sociale, quanto per il fatto che l'ordine non ottenne il risultato previsto ed Erode venne, di fatto, buggerato sia dai Magi, sia dalla sacra famiglia. Un re la cui fama si basava sia sulla crudeltà, sia sull'astuzia, non avrebbe mai permesso che di lui venisse tramandato un episodio in cui agisce con grande ingenuità e, da manovratore, diviene manovrato. Da chi, poi? Da un gruppo di assurdi astrologi persiani e da una coppia di burini della Galilea! È quindi possibile che una prima censura sull'episodio sia giunta da Erode stesso. Del resto, il comportamento che mostra nel resoconto evangelico è compatibile con la sua volontà di fare meno chiasso possibile e risolvere questa spinosa vicenda in tempi brevi. Matteo
racconta che i Magi se ne andavano in giro per Gerusalemme chiedendo dove fosse
il re dei Giudei nato da poco, ignorando completamente Erode e la sua corte. È
Erode stesso a convocarli, ma segretamente. Erode dovette essere non poco seccato dai modi di questi stranieri che andavano annunciando nella città santa nientedimeno che il suo successore designato dagli astri. Non vuole, tuttavia, che la gente creda che egli stia prendendo sul serio quanto dicono i Magi, perché teme che troppa attenzione su questo neonato possa provocare tumulti nazionalistici di cui il suo trono potrebbe fare le spese. In pubblico li ignora come se si trattasse di ciarlatani, ma di nascosto li aiuta a trovare il bambino per riceverne in cambio informazioni utili a sopprimerlo. Ci si può chiedere come mai non abbia offerto a questi illustri visitatori una scorta armata dei suoi soldati per risolvere la questione, una volta allontanatisi i testimoni, o anche perché non abbia pensato di mettere alle loro spalle qualche sicario, pronto ad uccidere il bambino alla prima occasione. Nel primo caso Erode dovette o temere di offendere i Magi facendoli accompagnare dai suoi sgherri, come se si trattasse di briganti da tenere costantemente sott'occhio, o intuire che difficilmente gli abitanti di Betlemme avrebbero fornito informazioni utili al riconoscimento del bambino, in presenza dei soldati del re. Nel secondo caso, il fatto che Matteo non ne parli, non significa che non abbia potuto accadere: Erode potrebbe avere inviato delle spie che, per un motivo o per l'altro, non riuscirono a compiere la propria missione omicida. Purtroppo per lui i suoi piani vengono sventati dalla provvidenza ed egli reagisce in perfetta sintonia con il ritratto che di lui fa Giuseppe Flavio: con ira, violenza e crudeltà. Fu uomo ugualmente crudele verso tutti, facile all'ira, incurante della giustizia. (Ant.giud., XVII, 191) Erode, visto che i Magi non erano ritornati a fornirgli le informazioni che gli servivano, decide per la soluzione più drastica: essendosi fatto dire con esattezza il tempo in cui era sorta la stella che annunciava la nascita del nuovo re, calcola un lasso di tempo di un paio d'anni, probabilmente includendo un buon margine di sicurezza, e ordina ai suoi soldati di uccidere tutti gli infanti di Betlemme che hanno meno dell'età prefissata. L'età di due anni era quella convenzionalmente stabilita per la fine dell'allattamento. Si suppone che i soldati di Erode, nella scelta delle vittime, abbiano fatto riferimento a questo parametro. Giuseppe RICCIOTTI ha proposto una stima dei bambini uccisi piuttosto verosimile. Quante saranno state le vittime? Partendo da un dato abbastanza verosimile, che cioè Beth-lehem col suo territorio potesse contare poco più di 1000 abitanti, se ne conclude che circa 30 erano i bambini nati ivi ogni anno; quindi, in due anni, erano circa 60. Ma poiché i due sessi a un dipresso si equilibrano per numerosità ed Erode non aveva alcun motivo di far morire le femmine, gli esposti alla sua crudeltà furono soltanto una metà di neonati, cioè i 30 maschi. Tuttavia anche questa cifra probabilmente è troppo elevata, perché la mortalità infantile in Oriente è molto alta e buon numero di neonati non giunge ai due anni. Quindi le vittime saranno state circa da 20 a 25. La bestialissima strage, come già vedemmo (§ 10), è di un valore storico incontestabile accordandosi perfettamente col carattere morale di Erode. (RICCIOTTI, vita di Gesù Cristo, 1941; paragrafo 257) Ecco che inizia a prendere forma anche una seconda spiegazione sul perché Giuseppe Flavio non abbia parlato di questo episodio nelle sue opere: la vita di Erode il grande era già costellata di vittime ben più illustri e carneficine molto più estese, ben più adatte a catturare l'interesse dei suoi lettori, rispetto ad un banale infanticidio ordinato in preda all'ira. Basti pensare che, quando condannò alla pena capitale i suoi due figli Alessandro ed Aristobulo, sospettati di aver tramato per il trono, assieme a loro fece uccidere a furor di popolo ben trecento ufficiali, accusati di parteggiare per i due giovani. Dinanzi a ben altri numeri e importanza degli uccisi, a chi poteva interessare la sorte di qualche decina di sconosciuti figli di pastori? Lo scrittore romano Macrobio, vissuto nel V secolo, riporta un motto di Augusto, mettendolo arbitrariamente in relazione con la strage degli innocenti, nella quale ipotizza la morte di un figlio di Erode di soli due anni di età:
(Augustus) cum audisset inter pueros quos in Syria Herodes rex Judaeorum intra bimatum iussit interfici filium quoque eius occisum, ait: Melius est Herodis porcum esse quam filium (Saturnal., II, 4, 11).
In realtà la battuta di Augusto (“Meglio essere un maiale di Erode che un figlio”) è probabilmente autentica, ma riferita all’uccisione dei due figli di Erode, Alessandro ed Aristobulo, di cui parlammo in precedenza. Ottaviano ironizza sul fatto che Erode, in quanto giudaizzato, non poteva mangiare carne di maiale e quindi non ne ammazzava, mentre non si faceva alcuno scupolo nei riguardi dei suoi stessi figli. Macrobio forse fu tratto in inganno dal fatto che questi eventi risalgono al 7 a.C., uno degli anni in cui è possibile collocare la strage degli innocenti. Un riferimento indiretto all'episodio della strage degli innocenti viene da Svetonio. Questi cita due volte Iulius Marathus, liberto di Augusto e autore di una sua biografia: la prima volta circa la statura dell'imperatore (“Divi Aug.” 79,2), la seconda relativamente ad un prodigio, avvenuto qualche mese prima della nascita di Augusto, il quale avrebbe annunziato la nascita di un re a Roma (“Divi Aug.” 94,3). Marathus narra che il Senato, spaventato di fronte a questa notizia, aveva stabilito che nessun maschio nato in quell'anno fosse allevato, ma aggiunge che la pubblicazione del senato consulto era stata impedita dai senatori che avevano le mogli incinte. Secondo RICCIOTTI l'episodio è, almeno in parte, attendibile; secondo Marta Sordi la notizia è certamente falsa per quanto riguarda il senato consulto. Tuttavia sono interessanti le coincidenze tra questo racconto e quello di Matteo. Secondo Marta Sordi è difficile che Marathus, un orientale, probabilmente originario della Siria o della Palestina, abbia utilizzato come modello il Vangelo di Matteo, mentre è possibile che si sia ispirato a reminiscenze di un fatto reale che egli sapeva essere venuto all'epoca di Augusto, dalle sue parti, sotto Erode (Sordi M.: Natività di Gesù. Il censimento contestato. Il Timone, dicembre 2007, numero 68, pagine 28-29). Torniamo un attimo al testo di Matteo. Secondo gli studiosi razionalisti, egli, per fini agiografici, inventa ben tre episodi al tempo stesso e eclatanti e inverosimili in rapida successione:
Solitamente, chi inventa episodi fittizi in malafede lo fa per essere creduto e li costruisce in modo tale che risultino verosimili, ma che non possano essere verificati dai propri lettori. Così vengono fornite indicazioni spaziali e temporali piuttosto vaghe e, nella descrizione dei fatti, si mantiene un profilo piuttosto basso, facendo riferimento a situazioni che abbiano potuto avere il minor numero di testimoni possibili. I padri della Chiesa ci hanno insegnato che Matteo scrisse il primo Vangelo, appositamente destinato ad un pubblico ebreo. Questo fu il motivo per cui questo Vangelo, del quale purtroppo non ci è pervenuto nulla, fu scritto in una lingua semita, l'ebraico o l'aramaico. Il Vangelo secondo Matteo che leggiamo adesso è costituito da una traduzione in greco del Matteo semitico alla quale il traduttore ha aggiunto nuovi elementi, soprattutto provenienti da Luca. Non sappiamo se il Vangelo dell'infanzia secondo Matteo fosse già presente nel testo originario semitico, ma sappiamo per certo che si tratta di materiale originale di Matteo, ovvero derivante da una fonte che solo lui adopera. Quindi le probabilità che questi episodi fossero presenti anche prima della traduzione sono molto alte. Matteo non scrive ad un popolo di ignoranti o di creduloni. Il suo continuo riferimento ad appigli costituiti da citazioni dell'Antico Testamento mostra che i suoi interlocutori non sono affatto degli sprovveduti e conoscono bene le Sacre Scritture. La prima comunità cristiana si sviluppò a Gerusalemme, quindi è lecito pensare che Matteo, che aveva a che fare principalmente con essa, assieme al resto del convegno apostolico, si ponesse come primo obiettivo la catechesi degli ebrei gerosolimitani. Ma allora perché mai inventarsi tre episodi che avrebbero avuto sicuramente una grande risonanza nella Gerusalemme dell'epoca, per di più specificandone la cronologia, con il rischio che non uno, ma numerosi testimoni, residenti nel luogo ove furono ambientati gli eventi, sollevassero più di un lecito dubbio, non avendone mai sentito parlare né direttamente, né dai propri genitori? Eppure non esiste traccia di alcuna contestazione alla storicità di quanto riferito da Matteo nemmeno da parte di quelli che avrebbero dovuto essere i suoi avversari più agguerriti, ovvero i farisei e i sadducei di Gerusalemme. Questo non può significare altro che Matteo riportò fatti incontestabili, ben noti ai suoi contemporanei. Un'altra considerazione investe le profezie citate, le quali, sempre secondo la critica razionalista, sarebbero servite da spunto per la creazione dell'episodio della strage degli innocenti. I due brani, tratti rispettivamente da Osea 11,1 e Geremia 31,15-17, all'epoca in cui Matteo scrive, non erano affatto interpretati come intende lui. Per rendersi conto di questo fatto, basta esaminarli nel contesto da cui sono tratti. Quando
Israele era giovinetto, io
l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio (Os 11, 1) Il
brano del profeta Osea si riferisce senza alcun dubbio al popolo d’Israele,
chiamato fuori dall’Egitto, come un figlio, da Dio Padre in persona. Eppure
Matteo, pur riferendosi al medesimo brano, data la citazione letterale, lo
applica a Gesù. Questo significa che Matteo ritiene che in questi versetti
Israele, il “figlio” del quale si parla nel testo profetico, sia una figura
del Messia. La fuga in Egitto ed il successivo ritorno, avvenuti entrambi sotto la protezione di Dio, accomunano gli israeliti e Gesù, in quanto le vicende dei primi profetizzerebbero la vita del secondo. Si tratta quanto meno di una interpretazione un po' forzata. Nel secondo caso, la forzatura è ancora più eclatante: Così
dice il Signore: «Una voce si ode da Rama, lamento
e pianto amaro: rifiuta
d'essere consolata perché non sono più». «Trattieni
la voce dal pianto, Geremia sta parlando di Rachele, la quale compiange la sorte dei suoi figli, che o sono morti o sono stati deportati in un paese straniero. Dio interviene a consolarla, assicurandole che i suoi discendenti faranno ritorno nella loro patria. Rachele, che nella Genesi è la moglie di Giacobbe, qui è una metafora che rappresenta Israele. Matteo trascura tutta la seconda parte della profezia per creare un collegamento logico tra la tomba di Rachele, che si trova poco fuori Betlemme, e la strage dei bambini perpetrata nella medesima località dagli inviati di Erode. In entrambi i casi, è impossibile sostenere che Matteo sia partito dai testi dell'antico testamento per costruire a tavolino l'episodio della strage degli innocenti. Se avesse agito in questo modo, avrebbe costruito un episodio decisamente diverso. Per esempio, considerando anche i versetti 16 e 17 di Geremia, avrebbe potuto inserire una pronta resurrezione dei pargoli uccisi, non appena i soldati di Erode si fossero allontanati. Né avrebbe menzionato l'Egitto in questo contesto, solo per citare un versetto di Osea che non sembra neppure avere valenza profetica. Matteo sembra invece procedere esattamente al contrario: non parte da una profezia per inventarsi un evento che la avveri, ma parte da un evento reale, nel quale riconosce il significato di "segno", per ricercare poi nelle Scritture qualcosa che possa giustificarne un annuncio profetico. Ecco perché certe profezie a cui fa riferimento sembrano un po' forzate: dato che uno degli argomenti chiave per la catechesi degli ebrei è costituito dall'identificazione di Gesù Cristo nel Messia indicato dall' Antico Testamento, Matteo sfrutta tutte le occasioni possibili per confermare questa ipotesi, risalendo dagli eventi evangelici alle Sacre Scritture ebraiche. Una conferma indiretta della storicità della strage degli innocenti può essere ricavata dall' Apocalisse di San Giovanni. Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni. (Apocalisse 12,1-6) Tra le molteplici interpretazioni di questa visione, non può mancare quella che identifica la donna con Maria e il bimbo con Gesù. La visione starebbe a indicare che il bambino, ancora in tenera età, avrebbe corso un grandissimo rischio di essere ucciso, al quale lo avrebbe sottratto solo l'intervento divino. Lo stesso intervento divino avrebbe protetto la donna, preparandole un rifugio sicuro nel deserto ove era fuggita. Dal momento che Luca non riferisce di alcun pericolo mortale corso da Gesù durante la propria infanzia, non resta che riferirsi a quanto riportato dal Vangelo secondo Matteo. Le coincidenze sono numerose e significative. Il drago che vuole divorare il bambino appena nato rappresenta Satana che, attraverso Erode, si prodiga per la morte del pargolo. Questo tentativo avviene quando il bimbo è in tenera età (meno di due anni, secondo il racconto di Matteo). L'intervento divino che sottrae il bimbo alla sfera d'azione di Satana può ben indicare i sogni che Dio manda ai Magi e a Giuseppe per avvertirli del pericolo che incombe. La fuga di Maria verso l'Egitto comportò effettivamente una fuga nel deserto, sia pure lungo piste carovaniere note. La stessa località dove la sacra famiglia si rifugiò probabilmente era desertica. Un'altra prova indiretta a favore della storicità della strage degli innocenti è stata portata da C.P. Thiede in: Jesus. La fede. I fatti, Edizioni messaggero Padova, 2009. Lo studioso riferisce che ad Ascalona, una città situata sul mar Mediterraneo a nord di Gaza, con la quale re Erode aveva uno stretto rapporto, furono uccisi circa duecento bambini di pochi mesi, nessuno dei quali aveva raggiunto la soglia dei due anni di età. La strage fu scoperta dagli archeologi qualche anno fa, con il ritrovamento degli scheletri nella cantina di una grande casa. Una delle ipotesi è che l'abitazione fosse in realtà un bordello, nel quale i maschi messi al mondo dalle prostitute accidentalmente o, comunque, contro la loro volontà, venivano uccisi subito dopo la nascita. Ad ogni buon conto, si tratta di una strage di proporzioni ben maggiori di quella narrata nel Vangelo (Thiede stima in una dozzina al massimo il numero delle vittime a Betlemme), accomunata, come la precedente, dal silenzio degli storici dell'epoca, tra cui Giuseppe Flavio. «Il silenzio degli storici - conclude Thiede - non ci dice nulla circa la possibilità o la realtà di un fatto o di un avvenimento». Per questo sono sempre falliti i tentativi di dimostrare la non veridicità della strage degli innocenti. Mentre è innegabile che fino a oggi non una scoperta scientifica, archeologica o filologica sia stata in grado di smentire anche soltanto uno dei versetti evangelici.
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