I VANGELI, TRA STORIA E SEGNO

Adriano Stagnaro - rev.01 - 21 novembre 2010 

 

I quattro Vangeli canonici e gli Atti degli apostoli sono libri di storia, i quali raccontano fatti realmente avvenuti e riferiscono parole effettivamente pronunciate da Gesù.

Essendo stati messi per iscritto per adempiere a numerose funzioni, compresa quella didattica, il loro genere letterario non corrisponde a quello di una moderna cronaca. Gli evangelisti non sempre seguono una cronologia sequenziale nell'esposizione degli eventi e spesso accorpano discorsi di Gesù pronunciati in occasioni diverse, ma accomunati dal trattare argomenti simili. Il medesimo fatto, raccontato da quattro persone differenti, tra le quali due testimoni oculari e due discepoli di altrettanti testimoni oculari, presenterà differenze anche significative, derivanti dagli aspetti che più hanno colpito chi era presente e da ciò che chi narra preferisce trasmettere al proprio uditorio. È qui che nascono le apparenti contraddizioni riguardanti alcuni episodi dei quattro Vangeli, le quali, ad un esame più approfondito dei testi, non si rivelano affatto inconciliabili, bensì complementari.

I Vangeli nacquero per l'esigenza di mettere per iscritto la testimonianza degli Apostoli e gli insegnamenti ad essi trasmessi da Gesù. Il passaggio da una tradizione orale ad una tradizione scritta, elaborata nel pieno rispetto e sotto il controllo dei Dodici, permetteva numerosi vantaggi:

 

  • Perpetuare indefinitamente le memorie dei testimoni oculari anche quando fosse giunta la morte degli stessi per anzianità o persecuzioni.

  • Evitare la proliferazione di più tradizioni orali parallele incontrollabili, al di fuori del controllo dei testimoni oculari, suscettibili di originare eresie.

  • Porre la base per una primitiva "liturgia della Parola" per le prime celebrazioni eucaristiche.

  • Dotare i missionari evangelizzatori di uno o più strumenti da adoperare per la catechesi, approvati dal convegno apostolico

  • Produrre documenti in grado di confermare a terzi interessati (Cesariani, funzionari imperiali, nobiltà romana) il carattere spirituale e non politico degli insegnamenti di Gesù.

 

La genesi dei Vangeli viene pertanto semplificata nelle seguenti tappe:

 

  1. Predicazione orale di Gesù Cristo (che non lasciò alcun documento scritto): dal 27 al 30 d.C.

  2. Predicazione orale degli Apostoli: dalla Pentecoste del 30 d.C. fino alla loro morte (l'ultimo è Giovanni Evangelista, nel 98-99 d.C.)

  3. Predicazione orale della prima comunità cristiana (discepoli degli apostoli, nuovi adepti): secondo gli Atti degli apostoli, il primo predicatore non apostolo fu il diacono Stefano, all' incirca nel 36 d.C.

  4. Produzione di documenti scritti da parte della prima comunità cristiana ad uso mnemonico e ad uso interno (probabilmente scritti in ebraico o aramaico)

  5. Redazione di resoconti organici sulla vita e sugli insegnamenti di Gesù (i Vangeli), prodotti dalla prima comunità cristiana sotto la supervisione apostolica (Marco e Luca) o direttamente dagli Apostoli (Matteo e Giovanni): si tratta di documenti redatti in più stesure, probabilmente aventi l'ebraico o l'aramaico come lingua madre (secondo le teorie di Carmignac), ma pervenutici tutti in greco.

 

La data e la lingua in cui furono composti, sia i documenti pre-evangelici oggi perduti (l'ipotetica "fonte Q", per esempio), sia i Vangeli veri è propri, sono oggetto di numerose controversie.

Gli studiosi storico-critici, i quali negano sostanzialmente il contenuto storico dei Vangeli, ritengono che tra la predicazione apostolica dei testimoni oculari e la redazione definitiva dei Vangeli, così come ci sono pervenuti, sia trascorso un lungo lasso di tempo, durante il quale la primitiva comunità cristiana avrebbe rielaborato il messaggio originale, modificandolo e aggiungendovi contenuti leggendari e mitici. Tale rielaborazione degli insegnamenti apostolici avrebbe prodotto pertanto uno scollamento tra la figura storica di Gesù Cristo (il "Gesù storico") e l'immagine idealizzata desunta dai Vangeli dopo decenni di alterazioni della realtà, operate ad uso catechistico e devozionale (il "Gesù mitico" o il "Gesù della fede").

Affinché un'operazione del genere sia potuta realmente avvenire, è necessario che il periodo di tempo che intercorre tra il controllo operato dai testimoni oculari e la redazione finale dei Vangeli sia stato molto lungo, sull'ordine dei 50-100 anni se non di più, in modo tale che la leggenda abbia potuto affermarsi e consolidarsi. Similmente, la possibilità che i racconti siano stati alterati è maggiore quanto maggiore è la distanza di tempo tra gli eventi narrati ed i resoconti scritti.

Questi sono i motivi per cui gli storico-critici sono fortemente avversi ad una datazione alta dei Vangeli: essa invaliderebbe le loro teorie. Se poi si scoprisse che la lingua originale dei Vangeli fosse l'ebraico o l'aramaico anziché il greco, le ipotesi di datazione dei Vangeli intorno alla metà del primo secolo d.C. sarebbero praticamente confermate, dato che l'uso di lingue semitiche nei testi scritti praticamente sparisce con la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C.

Purtroppo per gli storico-critici, le più recenti scoperte papirologiche, testuali ed archeologiche hanno stabilito in maniera incontrovertibile che i quattro Vangeli canonici e gli Atti degli apostoli, nella forma in cui ci sono pervenuti, sono tutti databili entro la fine del primo secolo d.C.

A.Nicolotti propone la seguente cronologia, più o meno universalmente accettata (da A.Nicolotti et alii, Cronologia degli scritti del Nuovo Testamento, 2003):

 

-          Vangelo secondo Marco: 65-70 d.C.

-          Vangelo secondo Matteo: 70-80 d.C.

-          Vangelo secondo Luca: 70-80 d.C.

-          Vangelo secondo Giovanni: 90-100 d.C.

-          Atti degli apostoli: 80-90 d.C.

 

Non mancano proposte fondate di retrodatazione, le quali saranno oggetto di apposita trattazione in altro capitolo.

Già questa datazione prudenziale verso, tuttavia, consente di scartare l'ipotesi di una "mitologia del Cristo", formatasi in lunghi periodi all'interno di comunità affabulatorie (senza contare che la teologia cristiana è già tutta documentata nelle lettere di San Paolo, che sono precedenti ai Vangeli e databili al 50-60 d.C.). È altrettanto evidente che i testimoni oculari erano ancora in vita e avrebbero potuto contestare o impedire la narrazione di vicende inventate.

 

Il trucco di contrapporre un "Cristo della fede" o "Cristo del kerygma" al Cristo storico serve solo a mettere in dubbio la credibilità letterale dei Vangeli, ma non ha alcun fondamento nei testi e deriva esclusivamente dall'impostazione ideologica dell'autore. Lo storico critico propone l'ipotesi che l'immagine di Gesù descritta nei Vangeli non corrisponda a quella storica, bensì a quella che l'evangelista, traboccante di fede, si era fatto di lui e voleva trasmettere ai suoi lettori. In questo assunto, tuttavia, si trascurano due aspetti fondamentali della predicazione evangelica.

Il primo è che i Vangeli nascono per fornire una testimonianza sui fatti, non sulla fede di chi tramanda quei fatti. L'inizio del Vangelo di Luca è chiarissimo su quali siano le intenzioni dell'evangelista:

 

Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. (Luca 1, 1-4)

 

Luca scrive il suo Vangelo per fare chiarezza sul contenuto dei molti Vangeli che già circolano (siamo intorno al 70-80 d.C.), per narrare gli eventi così come furono insegnati dai testimoni oculari che divennero ministri della parola, ovvero dagli Apostoli, per confermare i discepoli sulla bontà degli insegnamenti impartiti oralmente dai missionari.

Luca sceglie di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi privilegiando quanto tramandato dai testimoni oculari. La sua è un'operazione di ricerca storica, non di agiografia devozionale.

Il secondo punto non considerato è che gli Apostoli, fin dal principio, avocarono a sé il ministero della Parola, e solo in un secondo tempo affidarono il compito di evangelizzatore e missionario a discepoli esterni alla cerchia dei Dodici.

 

Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest'incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola». (Atti 6, 2-4)

 

La ragione di questa prudenza deriva proprio dalla necessità di conservare integro il patrimonio derivante dalla tradizione orale custodita dai testimoni oculari. È lecito ipotizzare che la prima necessità di redarre documenti per iscritto sia stata avvertita in occasione delle prime missioni affidate a non Apostoli.

 

L'inaccettabilità dei Vangeli come fonte storica da parte di alcuni studiosi deriva dalla presenza nella trama di eventi soprannaturali, legati all'operato di Gesù Cristo: in particolar modo vengono respinti i miracoli, le profezie e la Resurrezione finale. In pratica, si nega la storicità degli episodi riferiti, appellandosi all'impossibilità che possa essere avvenuto quanto narrato.

Questo, però, non è un approccio razionale, in quanto si basa sull'assunto indimostrabile che Gesù Cristo non fosse in grado di operare miracoli. Se, tra le due ipotesi Gesù-uomo e Gesù-Dio, si ammettesse la seconda, si dovrebbe necessariamente accettare che nulla si opponeva al verificarsi di eventi soprannaturali.

Un approccio veramente super partes dovrebbe prendere in considerazione entrambe le ipotesi, riferirle al contesto storico e sociale narrato, all'attendibilità delle testimonianze, alla presenza di documentazione di supporto non cristiana e stabilire quale risulti preferibile. Negare i Vangeli sulla base dell'assioma che i miracoli sono impossibili è un atteggiamento puramente ideologico.

Stiamo infatti parlando di una situazione per nulla ordinaria, di una singolarità assoluta nella Storia umana: Dio che si fa uomo. Sciocco e infantile risulta quindi tirare fuori il consueto esempio del credere ad un asino che vola: se Dio esiste è possibile che si sia fatto uomo, e se s'è fatto uomo è possibile che l'abbia fatto proprio nella persona di Gesù Cristo. Di conseguenza risultano possibili tutti gli eventi soprannaturali inseriti nelle narrazioni evangeliche.

Si consideri anche il fatto che, nel contesto in cui Gesù visse e operò, la familiarità con il soprannaturale era molto più spiccata di adesso: pensiamo al gran numero di indemoniati di cui parlano i Vangeli (non sempre epilettici o malati psichiatrici come drasticamente sentenziato dalla critica moderna), agli spiriti di profezia di cui si parla in Atti 16,16 e 21, 9-11, alla semplicità con cui i cittadini di Listra sono pronti a riconoscere Zeus in Barnaba ed Hermès in Paolo dopo aver assistito alla guarigione di uno storpio (Atti 14,11-12).

I miracoli si inseriscono nei racconti evangelici in maniera organica al resto della narrazione, senza che sia possibile stralciarli dalle vicende quotidiane e dagli insegnamenti di Gesù senza produrre lacerazioni ingiustificabili nella trama. Le guarigioni operate di sabato si legano indissolubilmente con le dispute sul significato del sabato ebraico, quelle dei lebbrosi con i concetti di purità: gli esempi simili sono innumerevoli. In ultima analisi, senza il miracolo della Resurrezione di Gesù la mattina di Pasqua, nessuno dei suoi insegnamenti e delle azioni da lui compiute durante il suo ministero pubblico avrebbe senso. Ecco perché è impossibile ricostruire una vita di Gesù negando i suoi miracoli: perché non resterebbe nulla, nemmeno Gesù.

 

A tal proposito scrive l'esegeta G. RICCIOTTI in Vita di Gesù Cristo, 1941, paragrafo 222:

 

Una conclusione appare evidentissima, a chi riassuma risultati delle molteplici esperienze fatte dal Reimarus fino ad oggi, ed è che quando si comincia a cancellare una parte della figura del Gesù storico qual è presentata dai vangeli, o si ottiene una figura storicamente assurda che ben presto è abbandonata, oppure si finisce col cancellarla del tutto. I lineamenti del Gesù dei vangeli sono tan­to riconnessi e collegati fra loro, che si richiamano necessariamente a vicenda; quindi, o si lasciano come sono, oppure si cancellano fino all'ultimo. E appare evidentissima anche un'altra conclusione, in relazione di­retta con la precedente: ed è che l'accettare tale quale la figura del Gesù dei vangeli, oppure il cancellarla in parte o tutta, è una conclu­sione dettata soprattutto da criteri filosofici non già storici. La linea di divisione, la vera cresta di displuvio, che separa i due campi è un criterio filosofico, cioè la « possibilità » del fatto soprannaturale e del miracolo fisico: tutti gli altri criteri storici, in confronto con questo filosofico, sono di gran lunga meno importanti per uno studioso che già si sia schierato nell'uno o nell'altro dei due campi.

 

Gli evangelisti, dovendo scegliere quali fatti inserire nelle loro narrazioni, hanno privilegiato quelli che ritenevano più significativi, non solo dal punto di vista storico, ma anche dal punto di vista didattico. È stato dato maggiore spazio alle situazioni in grado di fornire informazioni più dettagliate e importanti in merito agli insegnamenti di Gesù.

L'evangelista Giovanni ammette che il suo Vangelo è solo un compendio che non ha la pretesa di essere esaustivo:

 

Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere. (Gv 21, 24-25)

 

Il medesimo evangelista, qualche versetto prima, dopo aver narrato dell'apparizione di Gesù risorto a Tommaso, aveva scritto una frase molto simile, nella quale le "molte altre cose compiute da Gesù" erano sostituite dal termine "segni":

 

Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. (Gv 20, 30-31)

 

Nel linguaggio evangelico, con il termine di "segno" si intende un'azione, un evento o persino un oggetto che assume un significato simbolico che si sovrappone a quello immediato, visibile e concreto, per svelare una realtà didattica e teologica.

Non si tratta di una metafora, di un esempio o di un'immagine simbolica, bensì di un qualcosa di reale che prende un nuovo significato alla luce della vita e della dottrina del Cristo.

L'agnello immolato per la cena di Pasqua diventa segno di Gesù crocifisso che affronta il proprio martirio per la salvezza dell'umanità; i miracoli sono segno della divinità di colui che li opera e del favore che riscontra presso il Padre; la moltiplicazione dei pani e dei pesci è segno della futura istituzione dell'eucaristia. Gli esempi sono innumerevoli.

L'insistenza di Giovanni nel ribadire, da una parte, che si tratta di segni e, dall'altra, che si tratta di fatti e di opere compiute da Gesù, serve a fugare ogni dubbio che gli eventi narrati non siano reali, ma esclusivamente simbolici o allegorici.

Questa doppia valenza degli eventi evangelici che, pur storicamente accertati, possono assumere anche un significato trascendente, non è mai stata compresa dagli studiosi storico-critici, i quali finiscono per attribuire a tutta la narrazione un significato esclusivamente simbolico, del tutto astratto dai fatti.

Torniamo a uno degli esempi precedenti

La prima moltiplicazione dei pani e dei pesci teologicamente può essere interpretata come un segno di profezia e di annuncio del dono eucaristico che di lì a poco Gesù farà all'umanità, attraverso l'ultima cena. Questo non significa affatto che non vi sia mai stato alcun miracolo. L'evento miracoloso è storicamente reale e, oltre all'esigenza pratica immediata di sfamare una moltitudine di discepoli affamati, si è caricato anche del significato di "segno", che trascende l'evento stesso.

Molti dei fatti raccontati nei Vangeli hanno questa duplice connotazione di avvenimento reale, storico, concreto, il quale diventa simbolo di una rivelazione teologica e prova ("segno") di un intervento divino nella storia. Questo si rende possibile poiché tutta la vita di Gesù Cristo, in quanto preannunciata dai profeti dell'Antico Testamento, è essa stessa "segno" della presenza di Dio tra gli uomini.

Gesù opera liberamente, facendo avverare le antiche profezie. Gli avvenimenti a cui prende parte, pur essendo pienamente storici, possono a loro volta essere utilizzati per ricavarne ulteriore insegnamento oltre a quello, esplicito, che ci proviene dalle sue parole.

 

Gli esegeti della scuola tedesca si sono consumati gli occhi nel tentativo di ricondurre la composizione dei Vangeli ad una serie praticamente continua di interventi redazionali costituiti da aggiunte, modifiche, correzioni, in cui confluivano le visioni teologiche degli scrittori, più che le memorie dei testimoni oculari: enormi libri sono stati scritti per analizzare e vagliare i testi lettera per lettera, pezzo per pezzo, trattenendo ciò che si riteneva buono e scartando il resto. La modalità con cui questa operazione veniva compiuta non ha mai trasceso dall'impostazione ideologica del suo autore, per cui il prodotto di questo lavoro immane non fa che rispecchiare i preconcetti di chi lo aveva intrapreso, producendo risultati straordinariamente dissimili gli uni dagli altri. Eppure, al di là della teoria delle forme e di altre amenità germaniche, oggi disponiamo di edizioni critiche dei Vangeli canonici vicinissime a quelli che dovevano essere i testi originali. In queste edizioni critiche individuiamo con certezza soltanto tre punti in cui è ravvisabile un intervento redazionale successivo a quello iniziale di stesura del Vangelo:

 

  1. Il nuovo finale del Vangelo di Marco, essendo il finale originale andato perduto in tempi antichissimi.

  2. L'episodio dell'adultera inserito nel Vangelo di Giovanni.

  3. Il doppio finale del Vangelo di Giovanni.

 

Queste modifiche sono talmente antiche che il loro contenuto è considerato ispirato, al pari del resto del testo canonico, prodotto da un autore diverso. Per quanto riguarda tutto il resto, abbiamo solo congetture, illazioni, ipotesi di professori che hanno passato la vita a esaminare carte polverose senza prendersi mai la briga di recarsi nei luoghi dove gli eventi evangelici si sono svolti, per verificare anche le risposte dell'archeologia, della geografia, della sociologia.

 

Apologetica cattolica

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